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Pärma l’à pèrs al brand

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Gino: <Ät sentì còll ch’ì dizon in Giära?>.

Rino: <I nin dìzon dill bali, in Giära e sòtta i pòrtogh dal Gran. I nin dizon tanti che a n’ j’ a sént pù. A son stuff äd sentìr dìll bali>.

Gino: <Alora, a n’ l’ät mìga sentìda, l’ultma…?>.

Rino: <Vät avanti ancòrra n’ätor po’ con ch’il bali chì? Dimmja tì, l’ultma e la penultma. Axi ala fnìmma>.

Gino: <I dizon che Pärma l’à pèrs al brand>.

Rino: <L’é la solita stòrja. A l’ò béle sentìda. L’é da un bél po’ ‘d témp ch’ ì dìzon che a Pärma i ‘n gh’àn pù al brendy. I l’àn béle bvù tutt còij ch’a cmandäva prìmma. In gh’ n’àn mìga lasè ‘na gòssa>.

Gino: <A j’ò dìtt brand mìga brandy: ät capì?>.

Rino: <Mo sì ch’ j’ò capì: mo par mi brand o brendy l’é compàgna. E a n’ avér pù al brendy o al brand, cme ‘dìz ti, a n’ n’ é mìga un gran probléma par nojätor äd Pärma. A Pärma a gh’ son tanti bòtti ‘d bargnolén da andär avanti ancòrra par parècc’ sénsa avér la gola sècca. E par còij ch’ as conténta, cme nojätor, al bargnolén al va zò méj dal brendy, o cme a t’al ciam tì al brand. L’ é la stésa coza>.

Il problema, quindi, è se cerchi un distillato d’altissima qualità o se ti accontenti di un liquore rustico, fatto in casa? Ovvero, se preferisci un brand da contemplazione, capace di durare nel tempo grazie ad un continuo arricchimento di idee in purezza o se consumi d’un fiato tutto quello che riesci a trovare a portata di mano. Senza pensarci su. E di sottomarca in sottomarca, il va’ pensiero si volatilizza.

Parma sembra aver optato per una sorsata e via, senza badare a nuove idee e gusto. Parma ha gradualmente fatto evaporare le proprie caratteristiche di città innovativa. Sarà colpa della crisi e della globalizzazione che divora tutto quello che ingoia, ma è anche lo sbaglio di chi si è trovato per troppo tempo sui gradini alti del benessere (vedi le classifiche di fine XX secolo) senza predisporre le necessarie protezioni per evitare, al primo smottamento, di scivolare nel burrone   e non avere le forze per rialzarsi con nuove prospettive. Spremi-spremi e del brand alla fine non ci rimane più niente.

Così è successo anche per il marchio-sistema che avrebbe dovuto sublimare nel XXI secolo, territorio e valori, tradizioni e innovazioni, cultura e impresa. Invece, Parma ha smarrito il proprio brand. E, pur di non cercare tra le rovine quello che è rimasto per rinnovarlo, oggi Parma si accontenta di simulacri. Vi ricordate del <Parma Brand> fatto in casa dalla coppia Ghirardi-Leonardi? Si è frantumato ancora prima di decollare. Ma era Parma intera, non solo quella del calcio, che non aveva più le ali. Ha volato troppo alto nel recente passato e non si è accorta di quello che succedeva rasoterra.  Territorio, questo, antropologicamente parlando, della gente. Quello che una volta veniva definito il popolo di Parma e dintorni.

Quali erano gli elementi che formavano l’originale Brand Parma?

  • Città a misura d’uomo
  • Arte e cultura: non solo Parmigianino e Verdi
  • Paesaggio dall’Appennino alla Bassa, con qualche venatura ecologicamente vincente
  • La filiera agro-alimentare tra saperi e sapori
  • Creatività: dall’ingegno scientifico alle prestazioni sportive
  • Impresa e innovazione
  • Lavoro e lavoro, sudore di generazione in generazione, reddito mediamente alto
  • Industria
  • Internazionalizzazione
  • Università
  • Città aperta: solidale e capace di affrontare le sfide che spostano sempre più avanti la linea dell’orizzonte
  • Antifascismo

Che cosa è rimasto di tutto questo? Poco e niente. Provate voi ad aggiungere e togliere per vedere se i conti vi tornano. Ogni tassello compone il marchio di fabbrica. Se cominciano a mancare anche singole porzioni, il gioco salta: il puzzle diventa amorfo. E oggi Parma è priva di personalità. Non ha più il brand. L’ha consumato durante i fasti dell’era ubaldiana    che avrebbe dovuto riportare la grandeur di petite capitale. All’inizio un’ottima intuizione politica (Elvio Ubaldi in questo è stato maestro), ma subito   frustrata dalle grandi vedute provinciali, eppoi incenerita dentro e fuori il Municipio da Vignali e poteri sperduti. Come è finita lo sappiamo, lo vediamo. E continuiamo a vederlo il vuoto, poiché il governo Pizzarotti&C. un’innovazione di brand non l’ha nemmeno tentata. Almeno per ora. Gli oscar Unesco sono cure palliative.

Il ponte a Nord è l’emblema della fine del brand Parma. Un non-luogo per eccellenza. E i grillini-post-grillini ci vanno a nozze nella surmodernità che galleggia in un presente senza identità, senza passato e ancor meno futuro. Parma si specchia in questo nulla.

Il problema, adesso, se interessa davvero progettare un futuro nuovo, è quello di ritrovare anche le radici originali del brand: scartare il desueto, inserire linee guida e cercare di ricomporre un’identità che, o così o pomì, sarà, comunque, creola. Quella di prima, per troppo tempo cullata anche in vecchiaia e messa in isolamento, non c’è più. Fine della storia.

Servono nuovi progetti (cercansi) che durante le glorie comunali a cavallo dei due secoli avrebbero dovuto essere varati guardando oltre i logori confini della parmigianite acuta.

Ad esempio, l’idea della metropolitana non era maldestra. Il problema è che era sbagliato il percorso da Nord a Sud. Tutto chiuso nel maniero di un castello malconcio. Molto più produttivo sarebbe stato iniziare da Est-Ovest e ritrovare i valori della via Emilia. Senza costruire complanari alla via Emilia e rotonde.

Infatti, per ripensare oggi al Brand Parma bisogna allargarsi e riflettere su un Brand Emilia che ridia competitività ad un intero sistema finalmente di ampie vedute. Un vero distretto allargato (con le normali contraddizioni) come lo sono le sempre più numerose famiglie allargate che abitano lungo la via Emilia, da Est a Ovest.

Pensèmmogh su

(grazie a Enrico Maletti, il missionario del dialetto, per i suggerimenti e le traduzioni. http://parmaindialetto.blogspot.it/)

 

 

 

Tags : brandparma

2 commenti

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