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Drop

Capitale della Cultura per il 2020: Parma, Reggio e Piacenza in competizione. La mossa vincente? Candidare l’Emilia

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Nel Drop inaugurale (<Pärma l’à pèrs al brand> – leggi qui) terminavo la riflessione incamminandomi sulla via Emilia. Ipotizzando una metropolitana che aumentasse l’integrazione tra Reggio, Parma e Piacenza. Un’operazione ad asfalto zero. Ma non a costi zero. Anzi.  Certamente un’opera con un ritorno a largo raggio rispetto al metrò paventato nell’era ubaldiana e ristretto solo a Parma. Una  via di comunicazione avveniristica per dare slancio  alla cosiddetta (ma si fa ancora fatica a pronunciarla) Area Vasta Emilia Nord.  Proprio  in questo periodo di massima valorizzazione della storia della via Emilia per i 2200 anni dalla fondazione delle prime colonie romane, credo sia interessante ripensare alla via Emilia come laboratorio per la definizione di un’identità nuova  da attribuire a  città come Parma, Reggio e Piacenza. Ragionare sulla composizione del Brand Emilia vorrebbe dire aprire confronti e progetti su un distretto socio-economico finalmente allargato, come lo sono le numerose  famiglie che vivono lungo la via Emilia. Compresi i nuovi emiliani.

Ci sono società finanziarie, come Iren, che già viaggiano su realtà composite ma  non ben integrate. Iren (lontana anni luce dai cittadini-utenti) fa affari  propri senza aspettare che si definiscano convergenze politico-sociali tra le province di confine. E il conflitto si insinua. Il Brand Emilia dovrebbe interessarsi anche di questo e non lasciare  a multiutility quotate  in  Borsa, come Iren, la piena libertà di spadroneggiare, facendo leva sulle divergenze e non sulle affinità emiliane.

Le Camere di Commercio stanno ormai camminando insieme sulla via Emilia per un accorpamento. Le associazioni di categorie prima o poi faranno alleanze oltre i frusti confini provinciali. Un intrecciarsi di studenti  scandisce da tempo le giornate sulla via Emilia. Prima erano più quelli che  venivano verso Parma, adesso sono sempre di più i parmigiani che <espatriano>. C’è poi  una intesa culturale e produttiva tra Teatro Due di Parma e i Teatri di Reggio Emilia.
Da tempo Piacenza invoca una legittimazione verdiana, in parte giustificata dai territori di confine. Una <parentela> che potrebbe allargare positivamente  le vedute del Festival parmigiano. Insomma, c’è un certo movimento sulla via Emilia. Anche sull’Appennino Tosco-Emiliano i sentieridell’escursionismo stanno assumendo una territorializzazione interattiva. La via Francigena sta disegnano una nuova Emilia, sui tracciati di quella
originaria.

Che la Destinazione Emilia sia un obiettivo turistico a portata di mano lo ha dimostrato anche il convegno di due mesi fa a Parma, organizzato dal Circolo culturale Il Borgo. I relatori (reggiani, piacentini e parmensi) hanno dimostrato (per ora solo di facciata) di voler superare  l’handicap del campanilismo. Un po’ di buonismo emiliano scorrerebbe dunque  sulla via Emilia.

Ma la vera realtà è un’altra. Infatti, solo qualche sussurro si è affacciato sulla via Emilia per formulare questo azzardo: candidare l’Emilia Occidentale   a Capitale italiana della Cultura.  In questo turno della giostra ministeriale, a contendersi il marchio per il 2020 ci sono tutte e tre, separatamente,  le città emiliane. Eppure, se si vanno ad osservare quanti sono i beni culturali e paesaggistici che si mescolano fra le tre province,  quanta storia comune scorre sulla via Emilia e quanti personaggi della cultura hanno attraversato la via Emilia, viene quasi spontaneo promuovere una nomination davvero rivoluzionaria: l’Emilia  Occidentale   Capitale italiana della Cultura. Fattibile? Per ora proprio no. Oltre a Parma, Piacenza e Reggio Emilia c’è anche Scandiano in gara per questo vessillo che vale un milione di euro. E poi cosa lascia?

Dunque, ognuno corre per sé. Sbagliato. E sulla  via Emilia ci si va poi a scontrare su iniziative progettuali che fanno estremante fatica a trovare una condivisione. Soprattutto oltre confine.

Perché mettere in competizione realtà come il festival di Fotografia Europea di Reggio Emilia con lo Csac di Parma pur di agguantare il marchio di Capitale della Cultura per un anno? Come farebbe Parma a ricordare Cesare Zavattini senza mettere in luce anche lo storico incontro con Paul Strand  a  Luzzara? Un’amicizia che narra una Bassa senza confini. E come farebbe Parma ad aprire l’archivio  (custodito alla Fondazione Cariparma)  di un altro grandissimo della fotografia, Carlo Bavagnoli,  senza ricordare che è piacentino?.

Perché non cogliere le occasioni che la via Emilia offre? E capire che il localismo non rende.

Prendiamo, per esempio, il  sogno (Unione industriale di Reggio Emilia) di costruire dove c’era la Fiera di Reggio e vicino alla stazione Mediopadana, il Politecnico dell’Emilia.

L’archistar Santiago Calatrava ha anche pronto il progetto, però mancano i 90 milioni d’investimento iniziale. E per ora non se ne fa niente. Ma quella aspirazione di diventare  città universitaria, Reggio Emilia la continuerà a cullare. Chi ci guadagnerà? Parma o Reggio?  E Piacenza avrebbe  una dote universitaria di altissima qualità per creare con Parma e Reggio l’Ateneo dell’Emilia. Roba da matti?  E un Club Emilia per lo sport è solo una chimera?

Intanto, anche l’Emilia di levante viaggia per conto proprio. E senza valutare i pro e contro regionali, Bologna ha messo su il Fico di Farinetti&Coop.  La Disneyland del cibo italiano, dove  Reggio e Modena fanno vetrina insieme con l’aceto balsamico. Parma  è in solitaria, simboleggiata   da cinque marchi. Il Fico bolognese rappresenta davvero la food valley emiliana? Molti dubbi, per ora, su  questa cattedrale delle abbuffate. E di quel tanto che basta di cultura usa-e-getta agroindustriale.

Quando iniziò la lunga stagione di Cibus (sul finire del secolo scorso), forse le Fiere di Parma avrebbero dovuto diventare davvero il baricentro di un Expo Emilia permanente. Ma nessuno ha voluto incontrarsi sulla via Emilia e provare a pensarci su.  Infatti, adesso le Fiere di Parma (in Consiglio comunale  voto favorevole di Effetto Parma e centrosinistra) svoltano sul vicolo cieco della Tibre, destinazione Verona.

E il console Marco Emilio Lepido, seduto su una pietra miliare della di via Æmilia, cosa direbbe: <Errare humanum est, perseverare autem diabolicum>.

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