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La CARTA DI PARMA per la cultura degli animali e per il futuro dell’uomo

01 CARTA

Mark Simmonds, docente all’Università di Bristol ed esperto mondiale per la salvaguardia dei cetacei, nell’aprile scorso ha fatto rotta su Parma. Insieme a Simmonds sono sbarcati a Parma altri esperti internazionali in ecologia comportamentale e biologia della conservazione. E a Parma si sono riuniti tutti insieme per la prima volta.

Nello splendido palazzo (ex Banca d’Italia)  della Fondazione Monteparma in via Farini, questi scienziati, provenienti da diversi Paesi,  si sono confrontati per aggiornare le rispettive conoscenze sulla cultura degli animali. E alla fine il prof. Mark Simmonds ha sintetizzato i risultati  dei lavori, durati tre giorni a porte chiuse, e ha annunciato che la relazione finale del confronto scientifico si chiamerà CARTA DI PARMA.  Sarà un documento storico: infatti, apporta nuove conoscenze e determinerà un miglioramento nelle strategie per la conservazione della biodiversità poiché tiene conto anche dei mutamenti climatici in atto che coinvolgono sia l’individuo-uomo sia l’individuo-animale. L’habitat è sempre lo stesso.

Per il prof. Simmonds questa miliare  CARTA DI PARMA, che avrà l’imprimatur della Convenzione di Bonn sulle specie migratorie (CMS) del programma Onu per l’ambiente, ha un valore particolare: <Fare qualcosa di storico a Parma è più importante che altrove, poiché a Parma la storia è meravigliosamente dappertutto>.

La parmigianità  ha colpito anche gli altri autorevoli relatori, tra i quali l’abruzzese Fernando Spina, dirigente Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e presidente del consiglio scientifico della CMS, che alla fine degli anni ’70 si laureò a Parma in Scienze naturali e oggi è anche  nel consiglio direttivo del  Parco Nazionale Appennino Tosco-emiliano: <Sono estremante felice che il primo workshop internazionale  specialistico sulla cultura degli animali si sia  svolto a Parma.  E i risultati sono davvero eccezionali. La scienza della cultura degli animali, la complessità sociale e l’apprendimento sociale sono  un campo scientifico eccitante ed emergente. Stiamo solo cominciando a capire come questi risultati possano essere finalizzati alla definizione di nuove e sempre più efficaci strategie di conservazione>.

Secondo Bradnee Chambers, segretario esecutivo della CMS, la CARTA DI PARMA apre per davvero nuovi orizzonti: <I singoli e i gruppi  animali  selvatici sono depositari di conoscenza sociale, hanno una tradizione culturale che si trasmettono per meglio gestirsi e adattarsi. Questo lavoro pioneristico avrà ripercussioni fondamentali su come  affrontare la loro conservazione>.

La CARTA DI PARMA è scaturita proprio nel bel cantiere di conservazione architettonica che ha restituito a Parma  questo palazzo di via Farini, un tesoro che avrà un futuro solo se sarà ben salvaguardato. Così come la grande bellezza dell’Appennino sarà davvero  tutelata e valorizzata solo se verranno avviate e ampliate  politiche di conservazione come quelle indicate dalla CARTA DI PARMA. Oltre alla Fondazione Monteparma anche il Parco Nazionale Appennino Tosco-Emiliano è stato tra i promotori del simposio.

I professori che sono intervenuti hanno portato esperienze registrate nelle foreste dove vivono gli scimpanzé e gli elefanti; negli oceani solcati dalle orche; nei cieli dove gli uccelli disegnano i mille intrecci delle migrazioni.

Un giro del mondo stando seduti a Parma. Non solo:  altri ricercatori hanno illustrato i progetti LIFE (finanziamento europeo per la salvaguardia ambientale) in corso d’opera sull’Appennino.

Seguendo il Progetto LIFE denominato Barbie (relatore il Prof. Francesco Nonnis dell’Università di Parma) si va a cercare il barbo e altra fauna ittica come indicatori di qualità dell’acqua. La conservazione del barbo presuppone la tutela dei  corsi d’acqua per una ripopolazione delle specie autoctone e questo andrebbe a vantaggio anche dell’animale-uomo.  Semplice  dirlo più complesso farlo, poiché mancano reali tutele del patrimonio NATURA: spreco, sfruttamento, inquinamento (foto di scoli nei fontanili di Viarolo)  e cambiamenti climatici mettono a rischio i nostri corsi d’acqua. E le ultime  famiglie dei barbi cercano di  risalire verso l’Appennino per sopravvivere. Invece, lo slogan della CARTA DI PARMA sarebbe  questo: più barbi (e   corsi d’acqua) per tutti.

Dalla Toscana Giovanni Carotti è venuto a Parma per presentare il Progetto LIFE Eremita: azioni coordinate per preservare popolazioni residuali e isolate di insetti forestali e d’acqua dolce in Emilia Romagna.

In tanti, purtroppo, esclamerebbero  un altro  chissenefrega.

Invece, quella di Carotti è stata   una lezione intrigante e coinvolgente.  E alla fine scopriamo che lo scarabeo eremita ha molto a che fare con il benessere di noi animali-umani. Anche da un eremita e da un barbo si capisce come  la cultura degli animali abbia tante cose da insegnarci.

Cosa ho scritto sul taccuino?

Che nelle nostre foreste appenniniche c’è ormai pochissima biodiversità; che il bosco oggi deve essere messo nelle condizioni di difendersi dalla mutazione climatica, rigenerando biodiversità. Eremiti compresi.

Che la conservazione della biodiversità  è davvero rivoluzionaria poiché scardina la monotonia  dei dogmi <contro natura>.

Purtroppo oggi i boschi assomigliano sempre di più a filiere industriali dove vige la logica di un profitto usa-e-getta. Una desolante distruzione di NATURA vera ad opera di chi non è in grado di vedere a pochi centimetri lo scarabeo eremita entrare e uscire da un tronco centenario, e non vede nemmeno lontano poiché ha addomesticato lo sguardo a un presente senza biodiversità. Senza futuro.

Come fare? L’opposto di quello che i nuovi barbari stanno facendo oggi,  favoriti dalle politiche della sega a raffica che sta distruggendo quello che il bosco è riuscito a riconquistare  negli ultimi decenni.

L’avvertenza-esortazione della CARTA DI PARMA è quella di fermare lo scempio forestale che sta trasformando il nostro territorio in una informe gruviera verdognola. E se non si ferma questa emorragia di linfa, il bosco soffrirà sempre di più a causa dei mutamenti climatici e alla fine i danni (inquinamento, alluvioni, frane ecc.) colpiranno anche l’animale-uomo, sia quello che vive sui monti sia quello che sta in pianura.  Purtroppo i falsi profeti dei giorni nostri, e quelli di ieri, continuano a ingozzare la gente di modelli di sviluppo che inaridiscono il pensiero senza valutare che pensare ad esempio anche  allo scarabeo eremita e al barbo vuol dire investire sul futuro di tutti noi.

E’ dall’ultima edizione del  Piccolo Festival dell’Antropologia di Montagna (Berceto, novembre 2017) che seguo Luigi Molinari, tecnico del progetto LIFE MICRO-lupo, nelle sue costanti azioni di divulgazione scientifica e demolizione  di fake news. E tutte le volte riesce ad appassionarmi sempre di più alla cultura del lupo in particolare, poiché tutela e conservazione del predatore dell’Appennino sono strettamente collegate al benessere del competitor animale-uomo.

<Il lupo è davvero una specie speciale>, ha esordito Molinari durante il seminario sulla cultura degli animali, aggiungendo che <il lupo è simbolo della natura libera, è emblema della libertà>.

E oggi chi ha paura delle libertà? Mi sono annotato anche questo quesito sul taccuino.

Il lupo è tornato a vivere  negli habitat dei suoi antenati. Una riconquista iniziata all’inizio degli anni ’70 quando ormai si credeva che la specie lupo fosse vicino all’estinzione. Invece, rieccolo nei boschi del nostro Belpaese. Un ritorno grazie alla rinaturalizzazione delle foreste che devono essere viste e vissute  come  un valore aggiunto per l’intero ecosistema mondo. E la CARTA DI PARMA ci dice che la conservazione del lupo dovrebbe essere  parallela alla protezione, io direi anche ampliamento, delle aree boschive del nostro paese. In ballo non c’è solo il futuro del lupo. Infatti, la cultura  del lupo ci insegna che anche l’animale-uomo si gioca il proprio futuro proprio nella tutela ambientale.

Paolo Ciucci, dell’Università La Sapienza di Roma, ha parlato di <Lupi in ambienti antropizzati: apprendimento sociale e sfide per la conservazione>. Purtroppo, non solo in Italia – ha  spiegato Ciucci – c’è sul lupo una narrazione negativa che ha alimentato e continua ad alimentare la persecuzione. Bisogna cambiare registro e ragionare sul lupo come coinquilino di habitat che se tutelati e arricchiti  vanno a vantaggio dell’umanità intera. Certo, bisogna garantire tutte le sicurezze necessarie per allevatori e cittadini di montagna e pianura, ma per prima cosa bisogna interagire con la cultura del lupo. Per rispettarlo ed evitarlo.   Ad esempio, la stabilità sociale dei lupi corrisponde ad una fedeltà territoriale che oggi l’animale-uomo dovrebbe  tutelare a proprio vantaggio e per il lupo stesso. Ma se, ad esempio,  si alimenta il bracconaggio (strage continua di lupi)  il risultato è opposto poiché sono proprio la caccia di frodo e la <caccia trofeo>  che favoriscono la dispersione e l’espansione disordinata dei giovani lupi  che tanto allarmano chi non vuole capire quanto sia importante per noi umani adattarci alla cultura degli animali.

La CARTA DI PARMA indica un appassionante sentiero da intraprendere con dinamicità. Dunque, zaino in spalla e all’augurio <in bocca al lupo> rispondere con  <viva il lupo>. Ma anche  <viva l’eremita> e <viva il barbo>.

 

 

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