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Reportage

LA LUNGA BATTAGLIA DELLA SALAMINI: OPERAI IN TRINCEA – primo capitolo

01-SALAMINI—bologna

Quei favolosi anni ’60 sul palcoscenico 

di un melodramma tutto parmigiano

Era la Parma delle tre S: Simonazzi, Salvarani e Salamini. Ascesa e declino di un imprenditore che si giocò il futuro  sulla roulette del boom economico

Se ai parmigiani, più o meno dal säss, chiedi oggi dove si trova l’ex Salamini, più o meno tutti sanno dove è ubicata quest’area post industriale che prende anche l’intitolazione catastale di Casello. Sulla via Emilia, direzione Est. Tra San Lazzaro e San Prospero.

 

La palazzina della Salamini nel 1969 e quella di oggi nell’area ex Salamini.

 

 

 

 

La palazzina che si alza sopra i capannoni adesso si chiama <Condominio torre uffici Salamini>. La Tep ha una fermata denominata Ex Salamini, proprio vicino al parcheggio scambiatore. Dove c’era il Tosco adesso c’è l’Osteria Salamini: si mangia, si beve e si ascolta buona musica. Di recente la Caritas ha riaperto un emporio della solidarietà nella ex Salamini. Anche la cronaca nera si è occupata spesso dell’ex Salamini per notti ad alta tensione tra night, sale scommesse e graffiti realizzati con rabbia. Negli anni ’80 l’ex Salamini venne proposta come area per ospitare le nuove Fiere di Parma che, per il trasloco dal Parco Ducale, scelsero invece la via di Baganzola.

E altri concorsi di idee per la riqualificazione urbanistico-architettonica del complesso ex Salamini si sono alternati nei decenni.

Progetti per la riqualificazione dell’area ex Salamini presentati nel 2010: Studio Gerosa e Marazzi Architetti.

Intanto, singole porzioni dell’enorme costruito sono state trasformate in attività artigianal-commerciali. E le strade interne sono state intitolate a campioni dello sport.

Ma nell’insieme l’ex Salamini è come fossilizzata nel suo passato.

Insomma, se si parla di Salamini o di ex Salamini sappiamo tutti di cosa si parla? Più o meno no, poiché la Salamini che andiamo a narrare è da cinquant’anni sepolta sotto la rena della Parma.

       
Camion della Salamini davanti alla fabbrica.   (Fototeca storica Romano Rosati)

Cinquant’anni fa c’è stato il Sessantotto e subito dopo l’<autunno caldo> [1]. Cinquant’anni fa il boom economico consumava l’ultima candela. E cosa c’entra la Salamini? La Salamini è un condensato di tutto questo. Un ciclone che si abbatté su Parma e impressionò tutta Italia.

Era la Parma dell’industrializzazione, la Parma che perdeva poco alla volta gli odori dei campi coltivati. I lavoratori del settore agricolo scesero dal 48,9% della popolazione attiva nel 1951 al 18,9% nel 1971; al contrario, in soli 10 anni (1951-1961), i lavoratori dell’industria aumentarono di oltre 15 mila unità [2].

 Camion della Salamini all’ingresso laterale della fabbrica. (Foto di Flavio Mora – Fototeca storica Romano Rosati)

Era la Parma delle tre S: Simonazzi (tecnologie per l’industria alimentare), Salvarani (cucine componibili) e, appunto, Salamini. La prima ad Ovest, la seconda a Nord, la terza ad Est. La Parma dei piani regolatori della ricostruzione. Il futuro che avanzava spedito. E la famiglia Salamini aveva affrontato di gran carriera il Dopoguerra mettendo a pieno regime l’opificio di Stradello San Girolamo, specializzato nella produzione di radiatori e, successivamente, anche di serbatoi.

Angelo Salamini nel 1967.  (Fototeca storica Romano Rosati)

Il giovane Angelo Salamini, nato nel 1930, sul finire degli anni ’50 decise di surfare sull’onda del nascente miracolo economico puntando in alto: trasformare quelle biolche di terreno agricolo della famiglia in una fabbrichetta modello Brianza [3]

Il progetto del nuovo stabilimento venne depositato in Comune tra il 1956 e il 1957. La relazione tecnica recita che: <Il complesso industriale è composto da tre capannoni per la lavorazione e lo stampaggio di laminati, compresa la saldatura e la verniciatura, e un fabbricato adibito ad uso magazzeno, uffici e locali di servizio per i dipendenti>. Nel corso dei lavori ci furono un paio di varianti e ulteriori ampliamenti (si arrivò dieci anni dopo fino a 15 capannoni costruiti).

Nel novembre del 1958 è lo stesso imprenditore a ritirare la dichiarazione di agibilità, versando 2 mila lire per i bolli. È con quel via libera comunale che Salamini iniziò ad ottenere i grandi finanziamenti dalle banche, che gravitavano su Piazza Garibaldi, per dare vita ad un’impresa che via via crebbe a dismisura. E davvero troppo in fretta. A quattro chilometri dal centro, sulla via Emilia verso Reggio, in quel momento c’erano solo la Salamini, un bar e un’altra azienda di nuova imprenditorialità. Intorno solo l’estensione della placida campagna emiliana a tutto lambrusco Maestri, prati di erba medica e filari di gelsi.

Angelo Salamini diede il via alla nuova produzione con un portafoglio clienti allargato: dalla Oto Melara alla Fiat, dalla Lamborghini alla Maserati. Dalla fabbrica parmigiana uscivano radiatori, serbatoi, marmitte, cofani, sedili e cruscotti. Ma anche, dall’inizio degli anni ’60, mobili per ufficio e industria: <Quegli arredi venivano venduti esclusivamente in Africa>, ricorda Antonio Baruffaldi. La Salamini aprì le porte alla nuova forza lavoro che quasi all’improvviso si trovò in tuta blu. Figli di contadini della Bassa e dell’Appennino e immigrati dal Sud: <Una popolazione operaia che risentiva di una relativa estraneità alla cultura e al sistema di mediazione politico e sindacale dell’Emilia rossa> [4].

Cestelli per lavatrici Luxor alla catena di montaggio nella fabbrica Salamini. (Foto di Flavio Mora – Fototeca storica Romano Rosati)

Un esercito di operai maschi (nell’area produttiva sono solo dieci le donne dipendenti, di cui 5 addette al reparto tappezzerie) quasi incantati dalle continue accelerazioni di Angelo Salamini che nel 1962 cominciò ad assumere altri operai per la produzione di elettrodomestici, prima per conto terzi, poi nel 1965 con una linea propria: la Luxor. <La lavatrice Luxor funzionava benissimo, io ne avevo acquistata una delle ultime: l’ho tenuta in casa mia per oltre due decenni>, dice oggi Desolina Vignali che a vent’anni partiva da Monticelli in sella ad un motorino per andare a lavorare in Salamini. Desolina ha partecipato all’occupazione: <In fabbrica io facevo la cablatrice e controllavo gli impianti elettrici delle lavatrici. Come donna ho respirato più libertà alla Salamini rispetto a quanto ho sperimentato negli impieghi successivi>.

Insomma, la Salamini sembrava, per chi viveva in quella cittadella, quasi un eldorado: nel 1967 il complesso industriale si sviluppava su un’area di 225 milia metri quadrati di cui 60 mila di fabbricati e tettoie. E lì sotto entravano e uscivano oltre mille dipendenti.

Veduta aerea dell’ex Salamini.

<Forse siamo stati i primi operai ad ottenere il diritto di assemblea in fabbrica. La Commissione interna aveva un proprio ufficio per le riunioni. Eravamo sì molto impegnati nel sindacato e nella difesa dei diritti degli operai, ma abbiamo anche combattuto contro chi, da fuori e soprattutto negli ambienti confindustriali, ci denigrava definendoci come semplici manovali, sempre in sciopero e con tanti giorni di malattia. Invece, il livello di professionalità all’interno della Salamini era davvero alto>, l’ha stampato nella memoria Antonio Baruffaldi che ricorda anche la posizione opposta dell’Unione Parmense degli Industriali soprattutto sul diritto d’assemblea. L’allora presidente dell’Unione Parmense degli Industriali, Arturo Balestrieri, disse: <Questa Unione non ritiene che la fabbrica possa mutare la sua solo naturale destinazione e funzione di luogo di lavoro> [5].

Fuori dalla fabbrica di via Emilio Lepido, Angelo Salamini ben presto divenne bersaglio dei creditori e dei concorrenti del nascente mercato degli elettrodomestici.

La Salamini raggiunse il massimo di produttività nel 1967, lo stesso anno in cui l’imprenditore decise di mettere su una squadra di ciclismo con i fiocchi e partecipare al Giro d’Italia: maglietta verde, la scritta Salamini in bianco con la classica orlatura gialla, sotto il marchio Luxor.

G.S. Salamini: Vittorio Adorni, Luciano Armani, Bruno Mealli, Imerio Massignan, Lauro Grazioli, Luigi Reggi, Pietro Guerra, Italo Mazzacurati, Lino Carletto, Ottorino Benedetti, Renzo Baldini, Luciano Soave, Attilio Benfatto, Emilio Casalini, Antonio Albonetti. (Fototeca storica Romano Rosati)

Vittorio Adorni era il capitano di questa squadra e si portava in dote la conquista del Giro d’Italia del 1965, quando vinse con la maglia della Salvarani.  La famosa Parma delle tre S, si diceva all’inizio di questo racconto.

Nelle carovane del ciclismo professionistico non entrò la Simonazzi. Invece tra il 1969 e il 1979 anche la Scic (cucine d’alta qualità) fece indossare la maglietta a corridori come i parmigiani Adorni, Armani, Gualazzini, Casalini, poi Baronchelli e Saronni.

Foto scattate durante la Polverosa 2018 a Montechiarugolo

.Quel 1967 per la Salamini fu davvero tumultuoso. Non ci fu il tempo di vedere i frutti della nuova campagna pubblicitaria per la Luxor che il terremoto finanziario travolse tutto: <A fine marzo 1967, la Banca Commerciale Italiana, inaspettatamente, pretese il rientro. Il fatto – scrive lo stesso Angelo Salamini nella richiesta dell’amministrazione controllata – ha determinato un certo disagio all’azienda, tuttavia, ancora superabile, ma, risaputosi e diffusosi con una diligenza e rapidità degne di miglior causa, ha ingenerato una tale psicosi da portare nel giro di qualche settimana ad una completa revoca di tutti gli affidamenti bancari in essere ed alla impossibilità pratica di ottenerne altri> [6]

Quello fu praticamente l’inizio della fine. Angelo Salamini si vide ancora per poco tempo nelle strade di Parma a bordo di una limousine presa a noleggio e condotta da un autista. Gli habitué delle notti alla Capannina di Forte dei Marmi incontrarono sempre meno quell’industriale della borghesia parmigiana che si era lanciato nei cieli dell’imprenditoria senza paracadute.

Ma ancora oggi, là dove è arrivata la globalizzazione di McDonald’s, esistono i capannoni della Salamini di quel tempo: gli stessi mattoni a vista e finestroni industriali fanno da scenografia ad un melodramma tutto parmigiano.

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         LA SALAMINI NELLE ROTATIVE

          DI GAZZETTA DI PARMA 

        E CARLINO PARMA

      Settembre-ottobre 1968

Una bella stagione, con punte di 30 gradi, accompagna Parma a svoltare nel mese di ottobre 1968. E l’autunno che verrà si porterà dietro tutti gli sconvolgimenti socio-politici che si sono ripetuti, come saette, nei mesi precedenti.

Presidio davanti alla Salamini  (Foto di Alberico Zambini, Archivio Storico Comunale Parma FONDO CGIL)

Trambusto all’università di Parma già dall’inizio dell’anno con assemblee e occupazioni nei luoghi storici del sapere parmigiano (diecimila studenti iscritti all’ateneo).

A metà settembre i cattolici del dissenso, che facevano riferimento soprattutto al gruppo  <I protagonisti> di Santa Maria della Pace, hanno occupato il Duomo.

La Gazzetta di Parma (redazione e tipografia in via Emilio Casa da quasi dieci anni) va giù con il bastone: <Una protesta assurda e offensiva>. E il sommario dice: <Per quasi tre ore estremisti cattolici sono rimasti all’interno del tempio, rifiutando di andare a presentare le loro richieste all’amministratore apostolico – Vani richiami dell’arcidiacono del Capitolo a un compromesso ragionevole – Ha dovuto intervenire la forza pubblica per sgomberare la Cattedrale – Elementi atei e comunisti hanno approfittato dell’occasione per inscenare una manifestazione sul sagrato – Un bestemmiatore verrà denunciato – La viva amarezza dell’autorità religiosa>.

Diverso l’approccio, ad esempio, di Men (Anno III – n.41 Roma – 7 ottobre 1968).  Il settimanale per soli uomini si occupava anche di attualità, politica, cultura e costume. Il giornalista Angelo Greco era già stato a Parma per scrivere il reportage <Frigoriferi roventi>. Ovvero crac Salamini: <Intorno al dissesto della grossa azienda parmigiana di elettrodomestici c’è una danza di miliardi (per le banche, per i curatori, per il proprietario fallito), ma i veri creditori per ora non vedranno neppure gli spiccioli>.  Sull’occupazione del Duomo di Parma, Greco firmò un articolo che si presentava con questo titolo: <Gesù prendi il fucile. Cattolici d’assalto in Emilia>.

Sessantotto parmigiano: occupazione del Duomo. Clicca qui

Un altro periodico di quegli anni, <Vie Nuove> (area comunista), dedicò quattro pagine al <Dissenso nella Cattedrale. Cosa vogliono “I protagonisti”? Una Chiesa povera, una Chiesa che esprima veramente il “popolo di Dio”, che si ispiri ai principi fondamentali del Vangelo, che si schieri realmente e decisamente contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo>.

Questo era il contesto su cui la tempesta Salamini si abbatté. Una Parma (e provincia) popolare, che si affida molto al  Lotto. Una Parma in trasformazione. Una città piantonata dai poteri più o meno forti (Unione industriali, banche, vescovado, logge) che tramite la Gazzetta di Parma volevano scandire albe e tramonti dell’ex Ducato di Maria Luigia, però amministrato da Pci-Psi. Ma il caso Salamini scompigliò le carte di tutti.

Lunedì 30 settembre 1968– Nella Terza Pagina della Gazzetta di Parma, Mario Gorreri firma un elzeviro politico per la rubrica <La passerella dei ricordi>. E per questo 1968, così attraversato da sommovimenti, il titolo è questo: <La contestazione degli anni Trenta>. Il sommario spiega: <Gli studenti protestavano e facevano dell’anticonformismo ma non occupavano chiese e non usavano bottiglie Molotov>.

                          

La via Emilia ieri e oggi. Sopra la foto del 1968 di Alberico Zambini.  (Archivio Storico Comunale Parma –  FONDO CGIL)

OTTOBRE 1968

 Giovedì 3 ottobre 1968– La crisi finanziaria della Salamini si increspò già nel 1967 e all’inizio di ottobre 1968 sui giornali arriva la notizia della fabbrica occupata. La Gazzetta di Parma inserisce anche l’intervista al sig. Etienne Leandri, finanziere francese disposto (ma solo a parole, ndr) a rilevare la Salamini: <Ho fatto di più di quanto dovevo>, scandisce da Parigi e annuncia una calata a Parma. La Gazzetta precisa che <in sostanza, la situazione è delicatissima. Sembrava potersi, sia pure lentamente e faticosamente, evolvere in senso positivo, invece (con l’occupazione, ndr) minaccia di deteriorarsi irreparabilmente. Se ciò dovesse accadere, dovremmo chiederci a chi sarebbero giovate certe polemiche: non a coloro che ora occupano la fabbrica, questo è certo>. Comunque, la Gazzetta, all’ultima ora prima della stampa, inserisce anche un comunicato delle Acli che sollecitano l’intervento delle autorità pubbliche <al fine di evitare la chiusura dello stabilimento>. Le Acli lanciano anche una sottoscrizione <a favore delle maestranze della Salamini>. Anche per le Acli è una stagione di rinnovamento che porterà, nel 1969, l’associazione cattolica a porre fine al collateralismo con la Dc.

Venerdì 4 ottobre 1968– Il Carlino Parma (redazione in borgo Angelo Mazza, stampa a Bologna nella tipografia del Resto del Carlino) dà in seguito notizia che l’occupazione ha impedito l’uscita dei prodotti finiti della Salamini. Inoltre fa sapere che c’è stata una riunione in Prefettura e che è stata espressa solidarietà nei confronti degli occupanti da parte della Giunta comunale, del Psu, del Pri e del Movimento studentesco. Intanto, arrivano le prime offerte per le maestranze in lotta.

Sempre il 4 ottobre, la Gazzetta evidenzia che il fatto di <bloccare le consegne ai clienti> provoca alla Salamini <milioni di danni, rischiando di pregiudicare irreparabilmente la salvezza dello stabilimento>. E sotto, una lettera non firmata di un gruppo di dipendenti che si dichiarano contrari all’occupazione e fiduciosi dell’operato del sig. Leandri.

Incastrato, alla fine dell’articolo, l’annuncio della prossima opera al Teatro Regio per la stagione teatrale: <Il candelaio> di Giordano Bruno con la regia di Luca Ronconi che è anche in scena con Valentina Fortunato, Sergio Fantoni e Mario Scaccia.

Sabato 5 ottobre 1968– <Si fa sempre più drammatica la situazione alla Salamini>, titola la Gazzetta di Parma e aggiunge: <Molti dipendenti chiedono di ripetere a scrutinio segreto il voto sull’occupazione>. Con perfetto equilibrismo giornalistico, la Gazzetta di Parma mette in pagina anche questo riquadro: <Recita del CUT sulla Salamini occupata>. <Il centro universitario teatrale di Parma sta allestendo in gran fretta quello che probabilmente dovrebbe essere un “oratorio drammatico” sulla situazione venutasi a creare alla Salamini. Lo spettacolo verrà rappresentato all’ex Cobianchi (l’albergo diurno sotto piazza Garibaldi) lunedì o martedì. All’uopo pare che la giunta comunale abbia già approvato una delibera che concede l’uso del locale al CUT>.

Domenica 6 ottobre 1968– I tamburini della Gazzetta sfornano ben 15 titoli di film in altrettanti cinematografi di città. C’è anche Lina Orfei con il circo in Cittadella. Si inaugura la prima sala giochi in Galleria Inferiore di via Mazzini; si scommette sulle corse dei cavalli in via Garibaldi 23. La stessa domenica i lettori della Gazzetta, hanno potuto leggere un lungo articolo sul <caso Salamini> con la cronaca dell’incontro che si è svolto in Municipio tra parlamentari, consiglieri comunali e provinciali, rappresentanti della Camera di Commercio e dell’Unione industriali, dei sindacati e del comitato di occupazione della Salamini stessa.  La sintesi dell’incontro è racchiusa nel telegramma che il sindaco Enzo Baldassi ha trasmesso al governo: <Sono di determinante importanza tentativi diretti a risolvere vertenza sotto profilo giudiziario; ravviviamo altresì inderogabile intervento governo per garantire comunque salvezza fabbrica che ha notevolmente importanza per economia provinciale et assicurare diritto lavoro a maestranze che da oltre un anno vivono situazione estremamente precaria e dolorosamente critica>.

L’altro titolo importante di pagina 4 è questo: <Laura Betti con il suo nuovo flirt. È lo scultore “pop” Mario Ceroli, di dieci anni più giovane dell’attrice. Sono rimasti insieme qualche ora a Parma>.

 Lunedì 7 ottobre 1968– La domenica in Salamini occupata è trascorsa con un grande viavai. Il finanziere francese Leandri si è incontrato con gli occupanti e ha chiesto la fine dell’occupazione. La risposta è stata picche. Poi monsignor Amilcare Pasini, amministratore apostolico in sostegno del vescovo Evasio Colli, si è presentato ai cancelli della Salamini per un incontro con gli operai.

Martedì 8 ottobre 1968– Scrive la Gazzetta di Parma: <Ore decisive per le sorti dell’azienda. I dipendenti della Salamini mantengono l’occupazione>. Leandri sta cercando di trovare una soluzione con i creditori, <ma i sindacati non hanno fiducia nell’operazione e chiedono garanzie>. <Oggi a Roma i parlamentari dovrebbero avviare consultazioni con i ministeri interessati alla vicenda Salamini>.

Nella piccola pubblicità di questa pagina 4, la ditta Poldi di via Del Prato cerca un aiuto magazziniere e una <signorina commessa, 16-18enne>. E a Sorbolo per la chiusura della fiera è previsto un <Veglionissimo> al Capinera.

Mercoledì 9 ottobre 1968– La Gazzetta di Parma porta in primo piano gli effetti devastanti del maltempo in Lunigiana: <È crollato il ponte sul Magra fra Sarzana e la Spezia: l’Aurelia interrotta>.

A pagina 4, tra la pubblicità di impermeabili alla Fatam di via Dante e la grande gara di briscola a Vicofertile, la Gazzetta annuncia: <Cessata dopo quasi sei giorni l’occupazione della Salamini. Il lavoro è ripreso ieri alle 13. Precisi impegni per il rilancio dell’attività verrebbero assunti da un gruppo finanziario italo-francese>. Una possibile, ma estremamente incerta, svolta passerebbe dal concordato preventivo sostenuto con i soldi di Leandri che – scrive il Carlino Parma – avrebbe promesso alle maestranze una nuova politica dirigenziale.

Venerdì 11 ottobre 1968– La Gazzetta di Parma spegne i riflettori sulla Salamini e cambia registro: <Renata racconta Renata, la Tebaldi si confessa come cantante e come donna>. E <La cantante Patty Pravo sarà soubrette alla televisione?>. A pagina 3 c’è spazio anche per una notizia che arriva da Parigi: <Monica Vitti nel film sulla Certosa di Parma> per la regia di Claude Autant-Lara>. Ma la collaborazione con la Rai naufragò.

Nello stesso giorno il Resto del Carlino nazionale ospita un’intervista al rettore della Sapienza, Agostino d’Avack, ponendo questo interrogativo: <Avremo forse l’autunno caldo?>. Il rettore rilancia un piano di riforme <contro la contestazione> per una <ristrutturazione sempre più efficiente degli atenei. Adoperarsi per inserire gli studenti nel sistema contro il quale combattono>.

Ma il Sessantotto studentesco in quell’ottobre 1968 aveva già lanciato nell’orbita delle ribellioni le contestazioni operaie e l’autunno caldo esploderà esattamente un anno dopo. La Salamini si è trovata al centro di questo sconquassamento epocale.

(Foto di Alberico Zambini, Archivio Storico Comunale Parma – FONDO CGIL)

 

Note
[1] <I lavoratori della Salamini in lotta. Nuove pratiche contestative e organizzazioni tradizionali in un conflitto operaio> di Diego Melegari in <Parma dentro la rivolta>, Edizioni Punto Rosso 2000. <La lunga lotta alla Salamini di Parma>, di William Gambetta e Diego Melegari, pubblicato in <Per il Sessant8>, nn17-18, 1999, pp.56-82
[2] Ibid.
[3]  Scheda alle foto sulla rivolta degli operai della Salamini in <Parma in posa 1960-1970>, di Romano Rosati, Gazzetta di Parma editore, 2014, pp.45-48
[4]  <I lavoratori della Salamini in lotta. Nuove pratiche contestative e organizzazioni tradizionali in un conflitto operaio> di Diego Melegari in <Parma dentro la rivolta>, Edizioni Punto Rosso 2000, pag.140
[5]  <Cento anni di associazionismo industriale a Parma>, di Farinelli, Pelosi, Uccelli, Silva Editore 1996. Pag. 259
[6]  <Ricorso per l’ammissione della procedura di amministrazione controllata>, pp.44-45, in Amministrazione controllata della S.a.s. A. Salamini & C.  e della ditta Comet di Angelo Salamini. Relazione del commissario giudiziale Prof. Dr. Luigi Guatri, agosto 1967.
Nella foto di copertina, operai della Salamini il 25 maggio 1969 davanti alla Fiera di Bologna in attesa dell’incontro con il presidente del Consiglio, Mariano Rumor. (Fototeca storica Romano Rosati).

                                       

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