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AFFARE LUPO per un’economia ecologica

Senza titolo

<Affare lupo>. Sembra un paradosso visto dalla civilizzazione in profondo deficit ambientale e comunque accecata da un presente devastante poiché regna la tribù dell’homo homini lupus.  Invece, la rinascita del lupo potrebbe essere la chiave di lettura di quel nuovo paradigma sociale che dovrebbe imprimere una conversione ecologica dell’esistere, come rilanciato dai fantastici <Friday for Future> di tutti i Greta del mondo. E qui sento l’eco di Murray Bookchin (filosofo americano morto nel 2006) che ha passato la vita alla ricerca dell’etica ecologica: <Anni fa, gli studenti francesi del maggio Sessantotto espressero mirabilmente questa netta contrapposizione d’alternative con lo slogan: “Siate realisti, chiedete l’impossibile!”. A questa proposta la generazione che va incontro al XXI secolo può aggiungere l’ingiunzione più solenne: “Se non faremo l’impossibile ci troveremo di fronte l’impensabile!”>.

Andiamo con ordine.

Sull’<affare lupo> ho iniziato a ragionare durante la due-giorni ad Albareto in occasione del Festival (partecipato e tecnicamente ben riuscito) dell’associazione IO NON HO PAURA DEL LUPO. E mi sono venute in mente le mie letture del secolo scorso. Ad esempio, il saggio <Affare Parco> (edito nel 1993 ma con articoli che iniziano dal 1970), dove Giuseppe Rossi, storico manager del Parco Nazionale d’Abruzzo, racconta come la conservazione della natura possa essere un’occasione di sviluppo. O meglio di ecosviluppo, dove il capitale natura (dal clima al paesaggio) deve essere valorizzato per integrare al meglio le sinergie tra bosco-parco e comunità, tra turismo e cultura, dove la <vita – citando ancora l’anarchico verde Bookchin – deve essere restituita di nuovo alla vita: intensamente, espressivamente, attivamente>. E in quel Parco d’Abruzzo nacque, all’inizio degli anni Settanta, il Gruppo Lupo Italia: <Con lo scopo – scriveva Rossi – di favorire studi, interventi legali e azioni di stimolo nell’opinione pubblica per la salvezza di questo straordinario predatore, ormai sull’orlo della totale scomparsa>. In simultanea il Wwf lanciò la famosa <Operazione San Francesco>. Le stime di quasi 50 anni fa indicavano meno di 100 lupi presenti nel Belpaese. Scrive oggi il Wwf: <L’operazione ebbe uno straordinario successo, tanto che attualmente  la popolazione del lupo in Italia conta circa 1600 esemplari, distribuiti principalmente nella zona appenninica, ma, il lupo non può ancora considerarsi fuori pericolo!>. Anzi, oggi sull’orlo del precipizio è la Terra intera per colpa proprio del predatore per eccellenza: l’uomo. E per dirla con Vittorio Andreoli: <In questo momento storico noi siamo l’homo stupidus stupidus>.

 

Ed eccoci al Festival del Lupo sotto la volta del Palafungo. Un’ottima idea e uno sforzo di elaborazione di contenuti e proposte davvero stimolanti per chi ha avuto l’opportunità di salire lassù. Quindi un AVANTI TUTTA agli organizzatori di IO NON HO PAURA DEL LUPO.  Ed eravamo davvero in tanti, provenienti dal Parmense e da altre province italiane, intenti a ripensare al nostro agire quotidiano per cogliere tutti i vantaggi che, partendo dal rinascimento del lupo, si possono ottenere investendo nella Borsa della Tutela Ambientale.

Che sia un’occasione di riflessione e azione l’hanno scandito gli amministratori che hanno partecipato al confronto pubblico sul lupo e dintorni. E i dintorni sono l’Appennino e gli Enti locali (Maria Cristina Cardinali, sindaco di Tornolo e presidente dell’Unione dei Comuni delle valli Taro e Ceno; Davide Riccoboni, sindaco di Albareto) che hanno aperto un tavolo di discussione sull’<affare lupo> che di fatto introduce il calcolo di quanto possano valere i benefici, e non solo economici,  realizzando una politica di miglioramento ambientale, lupo incluso. E di quanto, invece, non valorizzando proiettati al futuro, possano essere i danni, e non solo economici, provocati dalla predazione del capitale natura che dovrebbe essere un bene comune. Gli economisti lo chiamano VET: valore economico totale.

E non sono solo ribelli come Bookchin a farmi ragionare sull’economia ecologica. Prendiamo ad esempio un liberare, uno dei padri della Repubblica italiana, come Luigi Einaudi (1874-1961) che nel lontanissimo 1932 scriveva: <Lo scopo principale del possesso del demanio forestale per lo Stato è altro: la conservazione, nell’interesse pubblico, delle foreste. Danni gravissimi derivano, infatti, dalla distruzione delle foreste, sia economici, sia tellurici; il terreno pochi anni dopo il disboscamento diventa nuda roccia; gli abitanti della pianura sono danneggiati dalle inondazioni repentine nei tempi di piena; nelle valli si formano paludi e si diffonde la malaria; lo Stato, infine, deve provvedere ad arginature continue e addivenire ogni anno a condoni delle imposte per sollevare i contribuenti più duramente colpiti>.

Rileggete Einaudi oggi immettendo le variabili impazzite del mutamento climatico: il risultato è che l’<affare lupo> potrebbe essere altamente redditizio se colto al volo per noi che viviamo un instabile presente ma soprattutto per le generazioni future.

L’ha ben descritto e raccontato Agostino Maggiali (presidente dell’Ente di gestione per i Parchi e la biodiversità dell’Emilia-Occidentale) cosa vuol dire togliere dai beni di consumo lo stock di capitale ambientale e culturale che è presente nei Parchi del Ducato. Vuol dire immettere nella società quella <gioia di vivere>  (e far vivere l’intero ecosistema) che ha un valore inestimabile. Giovanni Pattonieri ha illustrato come è possibile accedere a finanziamenti per questa tipologia d’investimenti attraverso il Gal, il Gruppo di Azione Locale, a favore dei programmi europei di sviluppo delle aree rurali di Parma e Piacenza. E, se ho sentito bene, sono  davvero tanti gli  euro in cerca d’identità: speriamo tutti a fini ecosostenibili.

 

Di questi tempi di degenerazione social e sovranismo, è davvero difficile trovare l’occasione  per partecipare a una discussione così professionale come quella <apparecchiata> al Festival del Lupo. Ma vi sono categorie come quella dei cacciatori che non sentono questo richiamo della foresta.  Infatti, le Atc di Parma non hanno risposto all’invito di sedersi ad un tavolo di confronto sull’<affare lupo>. Credo che debbano essere Enti-Istituzioni come la Provincia (esiste ancora?) o la Regione a farsi promotori di questo tipo d’incontro ravvicinato del terzo tipo: ma chi fa la parte dell’alieno?

Al Festival di Albareto abbiamo ascoltato le voci di chi dal basso ha messo in cantiere sistemi produttivi che molto hanno a che fare con l’<affare lupo>. Infatti, il capitale naturale deve far  parte del processo produttivo. Le storie delle pastore (Michelle Sartori e Giulia Rubertelli) che pascolano greggi e fanno formaggi mettendo in atto tutte le protezioni necessarie per far si che il lupo non diventi un problema. Certamente hanno a che fare con la gestione complessa di splendidi esemplari di maremmani ma il  <piccolo è bello>  delle pastore diventa qualità poiché promuovono la coesione tra la pastorizia e la biodiversità che prevede il lupo stesso.

Jutta Jirovec ed Elena Piva (Associazione piccoli produttori Alta Val Taro) hanno illustrato le potenzialità del turismo d’Appennino e hanno esposto il progetto per la realizzazione di cooperative di comunità (il modello di riferimento può essere quello di Succiso, un intero paese rinato in cooperativa) per ridare, ad esempio, a Santa Maria del Taro quel senso di appartenenza tra le persone e l’ambiente circostante. Ed ecco progetti <rivoluzionari> come la produzione della lana di montagna che ha la materia prima proprio dai pascoli dell’Appenino. L’economia circolare porta anche a pensare ad insediare in valle una piccola filanda. Poi si pensa al marchio <Succo Val Taro> con la spremitura di frutti della zona; c’è tanto lavoro anche per il ripristino dei sentieri per favorire così l’escursionismo sostenibile. Insomma, <recuperare risorse e creare un collante per l’intera comunità>. E il lupo è parte integrante del sogno concreto di <un’altra montagna>.

Questi i temi che si sono intrecciati al Festival del Lupo. Ci sono state presentazioni di libri, narrazioni di fotografi naturalistici, spettacoli teatrali e la proiezione del cortometraggio <La vendetta del lupo monco> che racconta la storia di un lupo azzoppato probabilmente da una fucilata. E con la supervisione dello zoologo Luigi Molinari del Wolf Apennine Center tutti noi spettatori abbiamo potuto seguire questo coinvolgente filmato e partecipare ad una lezione su tutto quello che c’è da sapere sul lupo, problematiche varie e bracconaggio compresi. Quella del lupo è <una specie davvero speciale>.

 

L’associazione IO NON HO PAURA DEL LUPO sta avendo una vera e propria impennata di consensi e piccoli contributi arrivano pure da aziende internazionali che fanno impresa scommettendo anche sull’<affare lupo>. Di quello che fanno Daniele Ecotti e soci rimando a miei precedenti articoli

http://www.chiccocoriniblog.it/2019/03/10/al-lupo-al-lupo-quando-i-cacciatori-sparano-fake-news-sul-lovv-2/

http://www.chiccocoriniblog.it/2019/02/18/aspettando-il-festival-del-lupo-ad-albareto-intervista-alluomo-che-sussurra-ai-lupi/

e voglio concludere  con quell’Affaire du Siècle (il caso del secolo) che ha portato, in nome dell’interesse generale, associazioni ambientaliste francesi a citare in giudizio lo Stato francese poiché non ha rispettato gli impegni sul fronte del cambiamento climatico <per proteggere le nostre vite, i nostri territori e i nostri diritti>. E l'<affare lupo> ha a che fare con l’Affaire du Siècle?