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LA TRANSIZIONE ECOLOGICA DEL FARE: IL TRENO DELL’EUROPA DA CHE PARTE VA?

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Nel precedente articolo (http://www.chiccocoriniblog.it/2019/05/12/gli-anni-verdi-dei-verdi-di-parma/) ho sintetizzato il sorgere dell’ambientalismo a Parma. L’ho fatto per cercare di confrontare (e la Storia aiuta a ragionare nonostante il negazionismo imperante) gli scenari socio-politico-economici di quella stagione sul finire della Prima Repubblica, con quelli di oggi, alla vigilia delle elezioni europee (domenica 26 maggio) che hanno riportato in competizione elettorale il Sole che Ride sotto il girasole della lista Europa Verde-European green party.

Rispetto a quarant’anni fa, la lista verde ha più o meno lo stesso manifesto (https://www.europaverde.it/programma/) poiché il movimento da sempre segue i sentieri dello sviluppo sostenibile. Una coerenza politica che guarda al futuro.  E come negli anni verdi dei verdi, anche oggi parto da questa riflessione: la difesa dell’ambiente costituisce un presidio fondamentale dei diritti della persona umana.  Di tutte le specie dell’universo.

Mi ricordo bene quando si andava ad assemblee pubbliche, si partecipava a manifestazioni e a sit-in di protesta contro l’inquinamento (non so chi si ricorda le battaglie contro l’inceneritore del Cornocchio e i fusti velenosi della nave Karen B), per arginare  il proliferare delle bottiglie di plastica,  per allertare sugli effetti serra, per ottenere  vere piste ciclabili, per le tutele ambientali diffuse e la creazione di parchi, per cambiare i paradigmi produttivi dall’agricoltura all’industria, per sollecitare investimenti etici, per promuovere l’economia circolare, per intervenire nei cicli dei rifiuti, per puntare sulle energie alternative, eccetera, eccetera e eccetera. A quell’epoca leggevo e sentivo le reazioni di chi accusava gli ambientalisti in generale di catastrofismo, di terrorismo verde. E ancora oggi c’è chi li definisce <quelli del no>, nemici del progresso (dipende quale sviluppo s’intende), con il solo risultato di provocare una valanga di luoghi comuni del tutto infondati poiché, purtroppo, i mutamenti climatici stanno presentando il conto a tutti noi. Una fattura ambientale, economica e sociale emessa proprio da quelli che hanno puntato e puntano su una crescita distruttiva per l’ecosistema. Questi ultimi ci hanno anche speculato diventando sempre più ricchi a scapito dei sempre più poveri. Degrado ambientale e disuguaglianze socio-economiche sono in drammatica correlazione nel mondo globalizzato.

Per sapere che fine hanno fatto i verdi del Secolo scorso, rimando ad un intelligente articolo del Post (https://www.ilpost.it/2018/10/24/verdi-italiani/);  a me interessa fare alcune riflessioni sull’oggi e sul voto del 26 maggio. Prendiamo come riferimento il nostro territorio sfogliando gli ultimi mesi della Gazzetta di Parma. Scopriamo che aziende leader dell’agroindustria (da Barilla a Mutti) hanno alzato bandiere per la sostenibilità ambientale attraverso accordi con il WWF che prevedono anche il divieto all’uso del glifosato dalla semina al raccolto.

All’ultimo Cibus ho visto una grande impresa del comparto salumi che mette in vetrina le certificazioni che esaltano l’impegno a ridurre fortemente la propria impronta ecologica. La Gazzetta di Parma ha riportato anche l’adesione della Barilla alla marcia ambientalista <Fridays for Future> di Greta Thunberg. E sempre più brand della moda si stanno muovendo attivamente per ridurre l’impatto ambientale della propria filiera di produzione. Prendiamo, ad esempio, Patagonia che ha scelto di sostenere le azioni di tutela promosse dall’associazione parmense <Io non ho paura del lupo>.

E mi viene da chiedere: sbagliava chi già nel secolo scorso (io parto dal Rapporto sui limiti dello sviluppo del Club di Roma, 1972) poneva la pianificazione ambientale come chiave di volta per una politica sostenibile, o forse è il sistema politico e produttivo che è arrivato in ritardo su questa meditazione economica? Certamente per il governo giallo-verde italiano queste sono solo delle pinzillacchere. Eppure combattere le emissioni paga (ultimo rapporto Ocse) anche in termini di produttività e fatturato. Ed è quello che i verdi di ieri e di oggi hanno chiesto e continuano a volere. E si può anche fare il calcolo di quanto possano valere i benefici, e non solo economici, che si potrebbero realizzare attraverso una politica di miglioramento ambientale. E di quanto, invece, sono i danni, e non solo economici, provocati dalla predazione del capitale natura che dovrebbe essere un bene comune. Gli economisti lo chiamano VET: valore economico totale. A questo bisogna inoltre aggiungere una variabile filosofica: la transizione ecologica punta a immettere nella società quella <gioia di vivere> (e far vivere l’intero ecosistema) che ha un valore inestimabile.

Insomma, ripeto, sbagliavamo noi quarant’anni fa o i tanti che ci consideravano degli estremisti hanno capito solo oggi che la svolta verde è un affare globale?

Negli anni Ottanta del Secolo scorso, Parma era ai vertici delle classifiche del benessere. Ricordo ancora la frase di Giuseppe De Rita quando venne a presentare uno studio (commissionato da Confindustria) sul futuro di Parma: <Parma è sulla punta della freccia dello sviluppo>. E tutti i vecchi partiti ripetevano in coro lo stesso slogan: <Bisogna volare alto>. Invece, io sostenevo (l’ho scritto su un giornale di quel tempo interno a Legambiente) che bisognasse volare rasoterra per sentire e vedere, davvero da vicino, la gente e il proprio territorio. Capirlo e viverlo. E mi pare proprio che Parma abbia invece volato troppo alto, perdendosi nelle nebulose di un progresso infausto per l’ecosistema. Insomma, allora non fu colta al volo l’opportunità verde di aggiungere sulla punta della freccia dello sviluppo anche il coefficiente sostenibilità. A conti fatti sarebbe stato un vero boom eco-economico. Invece, ancora oggi (anche dopo l’ubriacatura grillina) si rincorre l’urgenza dell’asfalto e del cemento per una petite capitale che non guarda a 360 gradi. Consumando ulteriormente il suolo, logorando l’identità di food valley. Ne è un esempio l’ultima variante al piano territoriale approvato dalla Provincia di Parma che prevede nuovi insediamenti produttivi nel distretto agroalimentare del Prosciutto di Parma estendendo la normativa urbanistica anche alle produzioni di prosciutto non tipico. E questo viene propagandato come <sviluppo sostenibile>, uno specchio per le allodole rivolto, comunque, su una direzione completamente diversa da quella delineata da industrie leader come ho precedentemente evidenziato.  Intanto, rispuntano progetti di dighe, rotatorie, altre bretelle o complanari che ripropongono gli effetti del progresso predatorio.

La transizione ecologica del fare è decisamente più ambiziosa nel pensare e progettare poiché, rispetto a quanto fatto dai saccheggiatori dell’ambiente, bisogna guardare davvero al futuro rigenerando lo  stock delle risorse ambientali.

Sempre pensando a quegli anni di fine Novecento, ricordo le pagine del <Sole 24 Ore> sulla qualità della vita che avevano sempre titoli trionfalistici su Parma. E vari inviati dei giornaloni italiani venivano a Parma per descriverne le tipicità. Piaceva molto la propensione parmigiana a muoversi in bicicletta. E titolavano <Parma come Pechino>. Adesso non lo scrive più nessuno, ma credo che <Parma come Pechino> possa essere ripetuto: non per le biciclette ma per lo smog. I verdi di ieri e di oggi chiedevano e ripropongono la realizzazione di vere piste ciclabili, non quelle attuali gimkane  ritagliate al servizio di automobili e furgoni.

E Piazzale della Pace, chi si ricorda di come si è arrivati all’attuale soluzione? Ad un certo punto della disputa sul <cilindro> di Mario Botta, qualcuno (centro-destra e poteri più o meno forti) aveva cercato di zittire l’intera città per accendere i motori delle ruspe. Gli ambientalisti risposero facendo parlare l’intera città, la cui eco arrivò fino al Ministero dei Beni Culturali che bloccò il progetto. Il risultato è quello che si vede oggi, uno spazio aperto al servizio di tutta la città. Proprio in quel periodo (1986) il settimanale cattolico <Il sabato> in un reportage sulle città italiane scelse un titolo davvero azzeccato: <Lo spazio è finito, andiamo in pace>. Quanto valore hanno i cosiddetti <vuoti> nelle città, nelle periferie, nei territori dalla Bassa all’Appennino? Per farli rendere bisogna viverli e non lasciarsi trascinare dalle trottatoie reinventate dell’attuale giunta Pizzarotti o dalle abbuffate nei parchi storici.

Qualche giorno fa sono andato a fare una passeggiata ai Boschi di Carrega (il Parco fu istituito nel 1982) e mi sono venute in mente le notti che ho passato al Centro Visite quando si discuteva della composizione degli enti direttivi di nomina politica. Io ero lì come giornalista alla ricerca di notizie, ma stavo dalla parte degli alberi del Parco. E capivo quanta fatica si faceva a discutere con partiti, Pci compreso, che portavano nella gestione del Parco istanze elettorali dei singoli fazzoletti comunali e tutti a cercare di ridurre il ruolo propositivo del Parco stesso. Invece, oggi non tutti quelli che frequentano il Parco dei Boschi o quello del Taro e quelli del Ducato sanno che quello che è un bene comune diffuso è il risultato delle battaglie degli ambientalisti contro le incursioni immobiliaristiche e di sfruttamento delle risorse naturali. E a conti fatti mi domando: queste aree valgono di più oggi in termini di investimento sul futuro o le colate di cemento e le deforestazioni avrebbero fatto arricchire tutte le comunità?

Adesso, i parchi nazionali, custodi della biodiversità, rischiano di diventare delle <riserve indiane> dove le irregolarità, in assenza di comando poiché la metà è senza direttori e presidenti, sono in agguato. E non è escluso che l’ascesa al potere dei barbari della nuova destra possa coincidere con la riproposta di revisione della legge del 1991 che di fatto rese vantaggiosa per tutti la conservazione ambientale. Allo stesso modo sono sempre bersagliati da istanze affaristiche, di sciatteria e negligenza, le aree tutelate a livello regionale, provinciale e comunale.

Ecco perché ritengo che la nuova primavera dei verdi sia una ventata di fiducia per vigilare sulle piccole conquiste verdi del passato e allargare i campi d’intervento.  Però bisogna agire hic et nunc: il futuro, infatti, è diventato molto corto, e questo appuntamento alle urne europee è probabilmente l’ultima occasione per spostare avanti gli orizzonti di civiltà ambientale. Il tempo sta scadendo, e bisogna fare subito la rivoluzione verde.

E non sono solo <ribelli> ambientalisti a farmi ragionare sull’economia ecologica. Prendiamo ad esempio un liberare, uno dei padri della Repubblica italiana, come Luigi Einaudi (1874-1961) che nel lontanissimo 1932 scriveva: <Lo scopo principale del possesso del demanio forestale per lo Stato è altro: la conservazione, nell’interesse pubblico, delle foreste. Danni gravissimi derivano, infatti, dalla distruzione delle foreste, sia economici, sia tellurici; il terreno pochi anni dopo il disboscamento diventa nuda roccia; gli abitanti della pianura sono danneggiati dalle inondazioni repentine nei tempi di piena; nelle valli si formano paludi e si diffonde la malaria; lo Stato, infine, deve provvedere ad arginature continue e addivenire ogni anno a condoni delle imposte per sollevare i contribuenti più duramente colpiti>.

E continua: <Una volta fatta la piantagione, il bosco cresce da sé…occorre solo provvedere ai diradamenti, alle rinnovazioni delle piante morte, alla difesa contro il boscheggio abusivo, alla tutela del terreno contro le erosioni delle acque…L’amministrazione dello Stato è adatta a perseguire questo fine che è di tutela più che di gestione: si tratta di tutelare l’albero contro i danni che possono essergli apportati dagli uomini e dalla intemperie: funzioni quasi di polizia per la quale adattissimo è lo Stato>.

Ma attualmente lo Stato dove è? Nei selfie di Salvini e nelle comparsate di Di Maio.