close
Drop

ALBERI DI TUTTE LE TERRE, UNITEVI!

Busto

Il futuro è nell’albero. O, forse già l’oggi, ancor prima del domani, dovrebbe mettere radici tra le piante, i boschi e le foreste, i corsi d’acqua, la terra-terra, tra tutti gli esseri viventi di quel creato arcobaleno che si chiama biosfera.

Così sembrerebbe nel vedere spuntare alberi in gran parte del vivaio virtuale e occidentale che ha trovato vasto impulso durante questi interminabili mesi di pandemia.

In tanti ne parlano, ne discutono, progettano semine e, forse, sognano gli alberi camminare e ritornare dove una volta abitavano. Ma, purtroppo, siamo davanti ad un’allucinazione poiché nello stesso tempo che avete impiegato a leggere l’incipit di questo mio saggio sul valore (e magia) degli alberi, uno sterminio di piante si è consumato nelle superstiti foreste primarie della Terra. E senza andare in Brasile, cosa succede di fianco a casa nostra, dalla pianura all’Appennino: la devastazione ambientale a bassa intensità si è fermata?

Proprio perché questo crimine contro l’umanità non è stato stroncato, anzi è sempre più istigato dall’accozzaglia negazionista-populista, è tutto un dire, nei Garden Center dei webinar, sull’urgenza di una nuova era di forestazioni.

Come fosse una scoperta tecnologica del nostro Secolo Nuovo, l’albero dovrebbe diventare la bacchetta magica per disinnescare la bomba atomica del mutamento climatico. L’homo sapiens, dopo secoli e secoli di deforestazione, tenta, solo adesso, di appigliarsi, come fanno i rampicanti, all’ultimo tronco in posizione eretta, poiché si trova nudo alla meta della sua antropocene. Infatti, dopo un interminabile oblio, gli alberi stanno diventando sempre di più un totem attorno a cui pregare, poiché   si vorrebbe affidare a loro il destino di noi sterminatori seriali di futuro.

                            METTERE RADICI PER IL FUTURO

Prendiamo come area di riferimento Parma e dintorni. E ragioniamoci su.

Nell’annus horribilis del Covid che non è dannatamente terminato, Parma ha ospitato e diffuso via web il primo atto mondiale di Regeneration 20/30 (https://www.regeneration2030.eco/event/newhome), ovvero l’alleanza tra società civile, imprenditoria, istituzioni e scienza per cambiare il paradigma economico, sociale e ambientale per un Rinascimento ecologico ed economico. Ripensare&rigenerare è il refrain filosofico di questo nuovo impulso verde: lotta al cambiamento climatico e felicità mondiale. Infatti, lo sanno bene soprattutto i grandi imprenditori che la degenerazione ecologica va a minare la struttura stessa del fare impresa, quindi meglio investire sulla sostenibilità ambientale e sociale per dare prospettiva innovativa all’impresa stessa.

La confederazione di Regenerative Society Foundation trova a Parma i primi alleati: ci sono Davide Bollati di Davines, Maria Paola Chiesi di Chiesi Farmaceutici, Francesco Mutti della Mutti Spa. E per mettere subito un’impronta ecologica al mondo che verrà, ecco gli stessi imprenditori protagonisti del Consorzio Forestale <KilometroVerdeParma> che punta deciso a creare boschi permanenti su tutto il territorio per ridurre l’anidride carbonica, per migliorare la qualità della vita e quindi del lavoro. Al Consorzio hanno aderito altri importanti capitani d’industria e tra i soci sostenitori anche storiche sigle ambientaliste (Legambiente, WWF) e i Parchi del Ducato che è l’ente di gestione della biodiversità in Emilia-Occidentale, ovvero di quello che è rimasto di foreste primarie dell’ex Ducato di Parma e Piacenza. Sono diversi gli interventi già avviati dal Consorzio Forestale. Tra i più significativi si possono citare l’area Giocampus all’interno del Campus delle Scienze e delle Tecnologie dell’Università degli Studi di Parma (150 alberi già messi a dimora), le aree verdi dell’Itis Leonardo Da Vinci di Parma (90 piante), il Bosco Urbano a San Secondo Parmense (entro la primavera l’area accoglierà 400 alberi). Inoltre, grazie ai 25mila euro raccolti con una campagna di crowdfunding, il Consorzio Forestale <KilometroVerdeParma> avvierà in marzo la creazione di un bosco urbano da mille alberi, su un terreno con estensione superiore all’ettaro. Tra gli obiettivi anche la schermatura arborea dell’Autosole.  Dunque, una bella pennellata verde poiché in Emilia Romagna solo il 3% della pianura è coperto da boscaglie. <Favorendo la creazione di boschi perenni – sottolinea Maria Paola Chiesi – ci prefiggiamo obiettivi ambientali concreti. Altrettanto importanti sono i traguardi culturali: vogliamo educare la comunità, a partire dalle giovani generazioni, al rispetto del patrimonio ambientale e paesaggistico, stimolando lo sviluppo di ulteriori azioni di valorizzazione del territorio>.

Stessa spiaggia stesso mare, si potrebbe dire se si parlasse di costa romagnola, invece siamo ancora nella fertile pianura parmense dove dovrà germogliare anche <Il bosco del Molino> voluto, verso Collecchio, dalla Agugiaro&Figna: un’eccellenza ambientale esteticamente ricamata da 15 milia piante su 13 ettari di pianura: <Vogliamo restituire – afferma Rosanna Figna – alla natura una nicchia di biosfera. Dare vita a un bosco significa anche fare un patto a lunga scadenza con la terra>.

Insomma, si piantano nuovi alberi per coltivare anche quella coscienza-responsabilità di valorizzazione del capitale della natura che è stato scialacquato da chi ha fatto man bassa delle materie prime, arricchendosi a scapito dalla natura e degli individui stessi, animali compresi. E adesso si cerca di rimediare poiché i conti, ambientali ed economici, sono maledettamente in rosso. Sui binari della cosiddetta transizione ecologica del fare c’è anche l’ormai mitologico Green Deal Europeo che dovrebbe (il condizionale è assolutamente d’obbligo) rappresentare un altro <albero> del futuro.

C’è, nel suo piccolo, di più; il Comune di Parma ha già messo a dimora duemila alberi per la foresta urbana lungo la tangenziale Sud. Un investimento verde sostenuto da Arbolia, società benefit che trae origine da una riconversione ecologica (sarà vera?) della Snam petroli: <Facciamo nascere boschi per migliorare gli ecosistemi, promuovere la biodiversità e rendere le città più resilienti>.  E in parallelo la Regione Emilia Romagna vuole piazzare una grandissima fiche (si parla di 14 milioni di euro) sul panno verde del bosco che dovrebbe crescere da Piacenza a Rimini. L’obiettivo è quello di piantumare in pochi anni 4,5 milioni di alberi (un nuovo albero per ogni abitante della nostra Regione) che assorbiranno 44 mila tonnellate di anidride carbonica l’anno, l’equivalente di quello che immettono nell’atmosfera 26mila automobili l’anno e che porterà all’aumento del 20% del verde nelle città alla fine del 2024, ovvero 5 metri quadrati in più per ogni abitante. Ma se non si ferma la crescita esponenziale dei trasporti su gomma, questa <operazione green senza precedenti> (parole del presidente Bonaccini) rischia uno smacco epico.

Dell’<affaire albero> si è occupato il primo <World Forum on Urban Forests> di Mantova (novembre 2018) evidenziando come il verde non debba essere considerato un semplice accessorio della vita quotidiana. Le piante sono indispensabili per mille e più motivi.

Un albero di grandi dimensioni può produrre ossigeno sufficiente per almeno 4 persone; ogni incremento del 10% di copertura arborea nelle città può portare ad una potenziale riduzione di ozono dal 3 al 7 per cento; la progettazione e gestione di alberi e boschi in posizioni strategiche delle città può ridurre di diversi gradi (da 2°C a 8°C) la temperatura atmosferica. Eppoi, gli alberi filtrano efficacemente l’inquinamento acustico. Secondo i Servizi Forestali degli Stati Uniti, per ogni dollaro speso per alberi si ottiene un ritorno di 2,70 dollari in benefici per la comunità. Secondo uno studio inglese, ogni sterlina investita nella messa a dimora di alberi genera un risparmio (spese energetiche e sociali) di 7 sterline con un potenziale di 2,1 miliardi di sterline a livello nazionale.

E nello stesso tempo in cui l’architetto Stefano Boeri portava a Mantova il rendering dell’Urban Forests ideale, a Parma, più precisamente a San Prospero, si materializzava quell’utopia sostenibile che si chiama <Bosco Spaggiari>. Ovvero: come sottrarre dalla morte cementifera ettari di terreno agricolo e ridargli la vitalità della foresta planiziale che ha caratterizzato la pianura padana.

Insomma, nel Paese del Melodramma, che è quella ragnatela di nebbie e afe che va da Mantova a Parma, e se a Bruno Barilli si aggiunge Attilio Bertolucci possiamo allargarci fino all’Appennino, sarà dunque tutto un albereto? Tutti felici e contenti?

Dal pregiato osservatorio del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano, il presidente Fausto Giovannelli mette le mani nella terra degli alberi e traccia <Il Manifesto per i Boschi> (http://www.parks.it/news/dettaglio.php?id=62611), tutto a favore dell’ecosistema. Umanità compresa. E l’ultimo numero di Apenninus, rivista della riserva di biosfera dell’Appennino tosco-emiliano, è interamente dedicato alla <nostra Amazzonia> con interventi di specialisti che indicano come prenderci cura dei nostri boschi con una prospettiva quasi messianica.

Un manuale a cui fare riferimenti ogni volta che si vuole dare per davvero una svolta ambientale per noi e le generazioni future. In particolare Willy Reggioni del Parco Tosco-Emiliano ci spiega cosa è il <Centro Uomini e Foreste per l’Appennino>, ovvero un luogo d’incontro e discussione, tra chi ci vive e chi dovrebbe dettare le regole, sull’utilizzo del bosco, una piattaforma del fare da cui far decollare il futuro.

                                   ASCOLTARE GLI ALBERI

E da qui si può continuare a parlare di alberi. Ma abbiamo ascoltato cosa dicono gli alberi che sentono rimbombare il proprio nome ad ogni alito di vento? <Chi sa parlare con loro, chi sa ascoltarli, conosce la verità>, scriveva Hermann Hesse. La verità è che agli alberi chiediamo sempre di più: dall’ombra estiva alle nuove funzioni ecosistemiche che, se contabilizzate, avrebbero un valore economico stratosferico. Infatti, l’albero e il bosco forniscono gratuitamente servizi per il benessere collettivo.  Insomma, l’albero è, o sarebbe, un brand di successo, ma è oppresso alla pari di migranti gestiti dal caporalato per l’agricoltura made in Italy. Super-sfruttamento senza protezione.

Il Belpaese, dai secoli scorsi ad oggi, ha di fatto abbandonato e/o divelto gli alberi e adesso cerca di tornare a parlare con gli alberi stessi, proponendo un patto di collaborazione. Ma, dicono i miei amici alberi, <<ci si può fidare di chi sa brandire solo motoseghe e ci copre i boschi con nuvole inquinanti, cagionando la tosse anche a noi alberi?>>. Ed ecco che gli alberi, prima di firmare un contratto di cooperazione, aprono una trattativa sindacale e si fanno rappresentare dalla nascente Internazionale Socialista dei Proletari del Bosco: <Alberi di tutte le terre, unitevi!>, c’è scritto nel Manifesto del faggio Marx.

<<Chi vuole veramente investire a favore di un aumento del capitale ambientale?>>, si chiedono gli alberi proletari. E un po’ comunisti.

La risposta non proviene dalla sinistra ecologista, ma dal più raffinato economista liberale, Luigi Einaudi, padre della Repubblica Italiana, che si è schierato a favore della conservazione, nell’interesse pubblico, delle foreste  e scriveva (<Economia e ambiente>, Il Mulino): <Danni gravissimi derivano, infatti, dalla distruzione delle foreste, sia economici, sia tellurici; il terreno pochi anni dopo il disboscamento diventa nuda roccia; gli abitanti della pianura sono danneggiati dalle inondazioni repentine nei tempi di piena; nelle valli si formano paludi e si diffonde malaria; lo Stato, infine,  deve provvedere ad arginature continue e addivenire ogni anno a condoni delle imposte per sollevare i contribuenti più duramente colpiti>. E ancora: <Una volta fatta la piantagione, il bosco cresce da sé…occorre solo provvedere ai diradamenti, alle rinnovazioni delle piante morte, alla difesa contro il boscheggio, alla tutela del terreno contro le erosioni delle acque……L’amministrazione dello Stato è adatta a perseguire questo fine che è di tutela più che di gestione; si tratta di tutelare l’albero contro i danni che possono essere portati dagli uomini e dalle intemperie; funzione quasi di polizia per la quale adattissimo è lo Stato>. Einaudi conclude questo scritto evidenziando che chi non partecipa alla tutela del bosco non può poi chiedere condoni in caso di danni provocati da dissesti idrogeologici.

Invece, il Paese dei Condoni ha trasformato in business le ingiustizie ambientali. Infatti, il Pil condito con il malaffare   registra sviluppo economico ogni qualvolta si demolisce l’ambiente. <In questo modo – evidenzia l’economista verde Robert Repetto nell’introduzione alla contabilità ecologica – si rafforza la falsa dicotomia tra economia e ambiente che induce gli operatori a ignorare o distruggere quest’ultimo in nome dello sviluppo economico. Si determina altresì una confusione tra l’esaurimento di un prezioso patrimonio e la formazione di reddito, proponendo e avvalorando l’idea che si possono conseguire e sostenere rapidi tassi di crescita economica mediante lo sfruttamento delle risorse di base. Si potranno avere come risultato guadagni illusori nel reddito e perdite definitive nel patrimonio>.

Sia nel corso del webinar voluto dall’assessore regionale Barbara Lori su <Orientare la gestione delle foreste d’Appennino verso nuove responsabilità>, sia durante quello sui <Valori del bosco> coordinato da Giuseppe Vignali, direttore del Parco nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano, è emerso che un approccio ecologico al patrimonio della nostra biodiversità, trova ostacoli nella frammentazione delle proprietà private disseminate soprattutto in collina e in Appennino, piccole tessere di un mosaico scomposto. Quindi, riprendendo Einaudi, sarebbe necessaria, per non dire urgente, una politica di riacquisizione a bene pubblico dei tanti frammenti di bosco che gli stessi proprietari (eredità diffuse) hanno ormai dimenticato e che a loro non producono reddito monetario, se non un obolo da contoterzisti mordi-e-fuggi.   Solo la proprietà pubblica potrebbe, con i giusti investimenti, far emergere il valore ecosistemico del bosco rispetto al semplice valore forestale-legno. Tra gli interventi al dibattito tra professionisti del bosco, è emersa anche la proposta di avviare crowdfunding per la riacquisizione pubblica di ettari ed ettari di bosco e/o di terreni abbandonati a vocazione di bosco. Annalisa Folloni, sindaca di Filattiera (paese della Lunigiana che fa parte della riserva Mab Unesco dell’Appennino Tosco-Emiliano) vorrebbe promuovere il censimento delle proprietà dei terreni-boschi incolti e tastare il terreno per possibili acquisizioni pubbliche.

Nello stesso tempo è stato sollecitato il potenziamento dei consorzi forestali (e comunalie) che abbiano come obiettivo la tutela e l’ampliamento dei boschi appenninici in un progetto pubblico/privato per una gestione innovativa del bosco stesso, rinnovando lo storico lavoro del boscaiolo per produzioni più redditizie.  Prodotti (anche di sottobosco) certificati e di alta qualità. Tra cui, è giusto sottolinearlo sempre, la funzione dei boschi per la mitigazione dei cambiamenti climatici grazie alla fotosintesi.

 

Riflessione ad alta voce: stiamo ancora pagando, e le generazioni future continueranno a pagare, gli errori commessi con la svendita di beni demaniali e aziende pubbliche. E come per l’acqua, anche il bosco non dovrebbe essere più considerato come merce a beneficio finanziario di pochi. Ma come bene comune da tutelare, una risorsa-patrimonio indisponibile, inalienabile, a beneficio dell’intera umanità.

 

In Emilia Romagna – scrive Gabriele Arlotti, direttore della rivista Apenninus – si contavano 330.000 ettari di foreste nel 1923. Tre lustri fa erano 525 mila. Oggi sono 600.000>. Ma l’attuale copertura verde non basta di fronte alla velocità a cui è arrivato il bombardamento dei gas serra. L’imperativo sarebbe quello di proteggere i boschi esistenti rendendoli sempre più resilienti e crearne dei nuovi.

Quindi?

Certamente chi vive e lavora per dare ossigeno a intere comunità di montagna, collina e pianura, dovrebbe trovare, promuovendo la protezione ambientale, beneficio attraverso leve fiscali che valorizzino la propria presenza attiva in quel determinato territorio che genera ricchezza immateriale (ma è tempo di quantificarla) per tutti. Ma questa svolta presuppone un assioma di non facile digeribilità: <Dobbiamo dirci una scomoda verità – scrive Fausto Giovannelli nell’introduzione dell’ultimo Apenninus – trascuriamo questa grandissima risorsa (il bosco) che sta assumendo un valore sociale crescente; e la utilizziamo al minimo del suo valore ambientale ed economico. Un ettaro di faggeta tagliata come legna da ardere, a intervalli di venticinque anni, rende da mille a duemila euro in totale: cioè da 50 a 90 euro l’anno. L’uso del bosco come legna da ardere è nella tradizione e merita rispetto. Senza però ignorare che questo uso produce immediatamente CO2 e, in termini economici si colloca all’ultimo posto tra le filiere possibili per il bosco>.

Ma ancora adesso i tagli di singole piante, filari, boscaglie o boschi e foreste, mostrano che anche qui da noi, i bramosi del <ceduo selvaggio> operano solo a fine di lucro a perdere. E visto dall’alto, dalla Bassa (piantagioni di pioppi) all’Appennino (dai boschi di roverelle a quelle di faggio), il nostro territorio sembra in divere zone una bruttissima fetta di gruviera, piena di buchi. Ed è proprio in questi <buchi neri> che si annida un’altra minaccia ambientale. Anche gli alberi rischiano l’apnea. Faticano, come noi, ad adattarsi al cambiamento climatico. Infatti, l’assorbimento di CO2 e lo stoccaggio di anidride carbonica si sta riducendo a causa della sempre più elevata produzione umana di inquinanti e del taglio irrazionale nelle <nostre Amazzonie>.

<Le foreste dell’Ue hanno più potenziale di quel che crediamo nella lotta contro i cambiamenti climatici e quindi dovrebbero essere protette e ripristinate. Invece, preferiamo abbatterle e farne legna da ardere>, afferma Martina Borghi di Greenpeace Italia e aggiunge: <È sbagliato pensare che bruciare biomassa legnosa di origine forestale – cioè legna, ma anche cippato e pellet, che non provengano da scarti altrimenti inutilizzabili – sia un’alternativa sostenibile rispetto ai combustibili fossili: la CO2 emessa dalla combustione degli alberi abbattuti non viene riassorbita da altri alberi piantati al loro posto. Le foreste artificiali e giovani non sono in grado di assorbire la stessa quantità di CO2 delle foreste naturali mature o vetuste, e anzi, più le foreste vengono sfruttate per produrre legname, meno CO2 può essere assorbita. Piantare nuovi alberi di qua e di là non basta di certo>.

Intanto, gli stessi alberi chiamati a sacrificarsi e a sgobbare come schiavi, lo dicono chiaramente: <<Cominciate voi della specie homo sapiens a cambiare stili di vita e a ridurre verso lo zero l’emissione di gas serra. Poi ci ragioniamo su>>.

Gli alberi da soli non ci salvano dalle devastazioni prodotte dal riscaldamento globale. È qui il paradosso della transizione ecologica: si riscopre l’albero poiché sembra essere la panacea più a buon mercato, ma non si interviene là dove l’ecocidio è una nefasta prassi quotidiana.

Comunque, avanti tutta con più alberi per tutti e da subito una revisione profonda delle metodiche di abbattimento (e potature) degli alberi nelle città, nella pianura e fin lassù sui monti. Gli alberi, i boschi e le foreste devono essere annoverati come infrastrutture collettive di salute pubblica.

Secondo Giuseppe Piacentini, comandante del reparto Carabinieri Forestali del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano, bisogna rivedere i regolamenti per il taglio degli alberi: <È necessario mantenere una maggiore copertura del suolo per facilitare la rigenerazione del bosco>.  Altrimenti il bosco diventa deserto. Quindi, tra formazione e innovazione, diventa fondamentale il ruolo del taglialegna versione XXI secolo: un tecnico forestale con una professionalità ecosistemica che protegge e garantisce un servizio collettivo. <Bisognerebbe rinsaldare il legame con gli alberi, consapevoli che l’uomo e il bosco condividono da sempre lo stesso destino, e oggi purtroppo la stessa fragilità di fronte a una crisi ambientale senza precedenti>, parole di Paola Favero, colonnello dei Carabinieri Forestali.

Nello steso numero di Apenninus, Simone Barbarotti, agronomo e arboricoltore, conclude così l’intervista che ha concesso a Doris Corsini: <Il bosco ha un valore collettivo. E se si vuole uno sfruttamento non aggressivo, la collettività deve riconoscere che il bosco fa un servizio per lei. È ovvio che chi vuole massimizzare i guadagni porta via più legna possibile, ma così facendo crea un disservizio alla collettività. È importante mettere divieti e preservare il bosco complesso, ma anche dare ristoro a chi si priva dei propri guadagni per il bene di tutti, riconoscendogli un risarcimento in denaro o benefici fiscali>.

                                          LA CARTA DI PARMA

C’è, insomma, un cantiere verde che ha nell’Emilia Romagna un punto di riferimento. E Parma, con la provincia compresa, se l’eco della foresta arrivasse a tutti, potrebbe diventare un volano di iniziative concrete.

Non a caso qui da noi è stata firmata (primavera 2018) anche la <Carta di Parma> (sottoscritta da scienziati di fama mondiale) per la cultura degli animali e per il futuro dell’uomo.

In questo post di allora http://www.chiccocoriniblog.it/2018/05/09/la-carta-di-parma-per-la-cultura-degli-animali-e-per-il-futuro-delluomo/ scrivevo: <La Carta di Parma sarà un documento storico. Infatti, apporta nuove conoscenze e determinerà un miglioramento nelle strategie per la conservazione della biodiversità poiché tiene conto anche dei mutamenti climatici in atto che coinvolgono sia l’individuo-uomo sia l’individuo-animale. L’habitat è sempre lo stesso>.

Ci sono dunque tutti i requisiti per ampliare la <Carta di Parma> e arricchirla con le inconfutabili promozioni a favore degli alberi che, come abbiamo visto sopra, si stanno diffondendo per cercare di rendere possibile quello che fino a ieri sembrava impossibile: essere paladini degli alberi.

Ma, e i ma purtroppo sono molti, la <Carta di Parma> della biodiversità e degli alberi rischia di diventare simile alla bandiera cavalleresca di Don Chisciotte che svolazzava tra i mulini a vento.  Infatti, sono tanti i negazionisti armati di motoseghe che fanno girare in tutto il mondo le proprie infuocate pale al grido: la crisi climatica non esiste, la CO2 fa bene. Questo popolo di terrapiattisti nega l’esistenza stessa degli alberi. <Il bosco è mio e ne faccio quello che voglio>, rispondono ancora in tanti a chi vorrebbe, invece, intavolare un confronto per cambiare insieme, alberi compresi, il modus operandi.

Dunque, l’impresa non è facile poiché il tribalismo dei Social – hanno evidenziato durante i webinar – alimenta le incomprensioni e rischia di rendere infruttuoso il confronto tra gli stakeholders.

Infatti, è cruciale sbrogliare una matassa ingarbugliata antropologicamente e politicamente. Sarebbe indispensabile – direbbe Aldo Moro – progettare convergenze parallele di lungo periodo. Una sorta di compromesso storico tra i vari portatori d’interessi diffusi in ordine alle questioni ambientali.

Nell’annunciare il suo ingresso come socio al Consorzio <KilometroVerdeParma>, Crédit Agricole Italia indica questa direzione: <Ogni stakeholder – ha scandito il manager Vittorio Ratto – è chiamato a fare la propria parte con senso di responsabilità e impegno, a favore delle nuove generazioni. La strada intrapresa dal Consorzio Forestale è in linea con la nostra attenzione alla sostenibilità: per questo vogliamo continuare a diffondere i valori della tutela ambientale nel contesto sociale nel quale siamo inseriti e imprimere una svolta green a vantaggio dell’economia dell’intera comunità>. Non è un caso che a favore degli alberi sia scesa in campo ambientale anche una banca europea come Crédit Agricole, poiché è l’intero mercato finanziario a ritenere i <sustainability bond> un buon affare per la ripresa.

All’indomani dell’ingresso nel Consorzio Forestale <KilometroVerdeParma>, Crédit Agricole ha sottoscritto un accordo green con Davines che prevede un finanziamento di 10 milioni di euro a favore dell’industria parmigiana che punta sulla bellezza sostenibile. Dice Davide Bollati, presidentedi Davines: <Siamo particolarmente orgogliosi di poter generare impatto positivo sul territorio grazie all’operazione finalizzata con Crédit Agricole Italia, con cui condividiamo valori e approccio. Come B Corp e come stakeholder company, crediamo nel ruolo primario dell’impresa, fondamentale nella necessaria transizione a un nuovo modello di economia rigenerativa, che ‘restituisca’ al pianeta e alla comunità, generando valore economico e sociale a tutti i livelli>.

E gli alberi sono come soldati al fronte di questa guerra globale. Quindi, armiamo i sodati-alberi e mettiamo dei fiori nei nostri cannoni.

Ma tutti sanno cogliere questo attimo fuggente dell’oro verde? Adesso o mai più….

Purtroppo <a gh’è cuél ch’a strùza…>, risponderebbero quelli della Crusca parmigiana.

Infatti, se, ad esempio, prendiamo ancora come riferimento la petite capitale succede che ad accelerare sul pedale del Rinascimento degli Alberi è solo un’élite dell’industria locale. Che, suppergiù, corrisponderebbe, come peso politico, a meno della metà del corpo elettorale.

L’attuale maggioranza dell’Unione Industriali di Parma promuove, infatti, dighe e casse d’espansione nei corsi d’acqua dell’Appennino, asfaltature là dove c’erano gli alberi, mall e logistica stile Amazon, aeroporti cargo, rotonde, altri salumifici a ridosso delle golene proprio quando l’orientamento intelligente sarebbe quello di insediare proprio lì nuovi boschi.  Zero consumo del suolo dovrebbe essere il mantra dell’economia rigenerativa. Invece, il presente-passato non viene letto dall’Ancien Régime industriale con coscienza critica, come incentivo a dare una svolta globale, ad osare di più verso il futuro, partecipando alla trasformazione del paradigma economico-produttivo come hanno messo nero su bianco i capitani d’impresa che hanno dato vita alla Regenerative Society Foundation. E di questo abbiamo accennato in precedenza.

Una svolta ambientale richiede anche una revisione dei modelli di coltivazione della stessa agricoltura e la Food Vally avrebbe tutte le potenzialità per una riconversione vincente nel segno della sostenibilità. Per ora, però, sono davvero poche le audaci impronte ecologiche che si sono viste tra gli stand dell’ultimo Cibus partecipato.

Per ottenere l’oscar di <European Green Capital>, a Parma e dintorni c’è bisogno di qualcosa di più, di molto di più. Più alberi senz’altro, ma anche una politica locale, regionale e statale di lunga gittata. Una rivoluzione verde.  E parafrasando la canzone sugli alberi di Endrigo-Rodari, possiamo dire che se per avere tutto ci vuole un fiore, ci vuole tutto per realizzare una sana rivoluzione verde.

È urgente la <crescita di un movimento positivo per accelerare, rafforzare, raffinare e progettare un futuro più sostenibile>, a scandirlo non è un leader dei Verdi, ma un grande industriale, Guido Barilla, che aggiunge: <Abbiamo 10 anni per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030. Dal mio punto di vista, 10 anni sono abbastanza per generare una rivoluzione, e i prossimi 5 anni saranno cruciali>.

Ma la clessidra sta divorando la sabbia. E da Parigi mille scienziati hanno lanciato, attraverso Le Monde, questo motto: <Face à la crise écologique, la rébellion est nécessaire>.

                                          CAPITALE UMANO

Fare rivoluzione verde dovrebbe essere un lavoro politico che, nello stesso tempo in cui cerca di rigenerare il capitale natura, sappia rafforzare, rinnovandolo, il capitale umano poiché crisi ambientale e crisi sociale sono le due facce della stessa medaglia.

Il prof. Patrizio Bianchi, titolare della cattedra Unesco, a Parma per l’assemblea della Riserva della Biosfera Appennino Tosco-Emiliano che si è svolta lo scorso anno (appena prima dalla peste Covid-19) al Campus Universitario, ha puntato la lectio magistralis sulla centralità dei sistemi aperti che sappiano cooperare per produrre insieme nuova conoscenza. Il sapere è infatti quel propulsore anche economico che può creare nuovo valore aggiunto ad ampia diffusione, dalla città alla montagna, dall’Appennino alla Bassa. Solo su questa scala è possibile ragionare su alberi, boschi, tutela, valorizzazione, risorsa, risanamento, ecosistema, beneficio per tutti. Ma è proprio qui che è difficile riorganizzare il mosaico politico-sociale poiché alle povertà immateriale (e la natura è tra queste) si connettono immediatamente le povertà economiche e lavorative, dei servizi, quelle educative e dei diritti. E l’incertezza del vivere quotidiano si dissemina soprattutto là dove l’eco della rivoluzione verde ha da sempre faticato ad arrivare.

La fotografia delle elezioni regionali del 2020 immortala la composizione di blocchi sociali (tradotte nel voto sono centrosinistra+verdi da una parte e destra-salviniana dall’altra) dove si condensano diverse nostalgie per il futuro. Due agende alternative (dalla città alla campagna-Appennino): una di tipo libertario e/o progressista, interessata e preoccupata da temi sociali, legati all’ambiente e/o alla parità dei diritti sociali e civili; un’altra di natura protezionista che chiede tutele sia sul fronte del reddito (lavoro&lavoro) che su quello identitario come reazione all’isolamento e al multiculturalismo. Entrambi però non hanno chiesto e chiedono promesse mirabolanti, ma progetti realistici per evitare che i cambiamenti all’orizzonte siano meno rischiosi di quanto oggi si possa immaginare.  I più giovani si sono espressi a favore della prima lista, i più anziani sono ancorati alla seconda. I primi sono residenti verso il capoluogo, i secondi nelle aree sempre più lontane dai centri urbani e dove ci sono più alberi.

Alla felinese Barbara Lori, assessore alla Montagna, è stata affidata l’ardua missione di ricucire questa frattura non solo geografica. La Lori ha una delega corposa che riguarda anche la Forestazione e gli alberi-bosco potrebbero essere quell’ago-filo con cui iniziare a rammendare una lacerazione non solo politica.

Insomma, bisogna dimostrare concretamente che scommettere sulla tutela degli alberi <val bene una messa>. L’ha detto e scritto anche Francesco con l’enciclica <Laudato si’>: abbiamo bisogno di una <conversione ecologica>.

                           L’ALBERO È UN AFFARE PER TUTTI

Le piante ci aiutano a vivere. Boschi, foreste e biodiversità sono il nostro antivirus. Nessuno deve  mai essere privato del proprio orizzonte di vita e allo stesso tempo nessuno  deve mai essere privato degli alberi, dei boschi e delle foreste.

Quindi, perché non metterci dalla parte degli alberi? Il problema è che per tornare ad ascoltare gli alberi è necessario rinnovare lo sguardo sul futuro e mettere sotto processo il passato (la trasformazione industriale ha sì prodotto benessere ma è alla radice del disastro ambientale globalizzato) e il presente che si attorciglia su sé stesso consumandosi come in un girone dantesco, dissipando il patrimonio ambientale e sociale. È il comprimersi del tempo storico che nega l’avvenire: il termine stesso di rivoluzione è stato sedato.   

E la Storia alla deriva è come un ceppo dell’ultimo albero abbattuto: arde ancora per un po’, poi diventa cenere. Invece, è necessario far compiere un salto triplo alla Storia, riprendere le redini del futuro, riacchiappando il diritto alla rivoluzione verde che nello stesso tempo deve imprimere una sterzata netta anche alle condizioni che determinano le diseguaglianze socio-culturali-economiche-sanitarie.

La rivoluzione verde è circolare.

Non a caso Stefano Mancuso titola <Plant Revolution> il libro in cui ci svela i segreti vegetali e ci invita a guardare alle piante per affrontare le sfide del futuro, dal risparmio energetico, alla lotta contro l’inquinamento fino alle ultime frontiere dell’innovazione tecnologica.

Cosa fare?

Bisogna chiederlo – come canta Simone Cristicchi – agli alberi che hanno una storia e una saggezza immerse nelle radici dell’umanità.

Queste <nostre sorelle silenziose> scriveva Primo Levi – sono molto più intelligenti di noi: <Le piante rubano l’energia al Sole, il carbonio all’aria, i sali alla terra, e crescono per mille anni senza filare né tessere né scannarsi a vicenda come noi…>.

W GLI ALBERI